venerdì 1 aprile 2011

ITALIA UNITA, MA SOLO SULLA CARTA

Dopo centocinquant’anni di storia, il baratro tra Nord e Sud sembra diventato più profondo. Dall’economia al lavoro, dai diritti alla rappresentanza politica il Bel Paese presenta più differenze che continuità. Se non fosse per la criminalità organizzata, che non conosce frontiere


di Raffaele de Chiara


Centocinquant’anni di unità nazionale, eppure il Nord e il Sud dell’Italia continuano a viaggiare su binari paralleli e, spesso, totalmente divergenti.
«Nelle istituzioni, così come nella società, deve crescere la consapevolezza che il divario tra il settentrione ed il meridione debba essere corretto». A lanciare l’allarme, nel 2009, durante la presentazione a Roma del rapporto Svimez (associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) relativo al 2007 sullo stato dell’economia meridionale, fu Giorgio Napolitano.
Proprio allora il presidente della Repubblica tenne anche a sottolineare come le differenze tra un Nord ricco e sviluppato e un Sud in perenne affanno fossero «un caso unico in Europa».Secondo i dati di quel rapporto le regioni meridionali risentivano di un’economia strutturalmente fragile e non in grado di tenere il passo di quelle settentrionali. A due anni di distanza nulla o quasi è cambiato. Per rendersene conto basta guardare gli ultimi dati pubblicati nel 2010.
Il prodotto interno lordo per ogni singolo abitante delle regioni del Sud è di 17.317 euro, pari al 58,8% del Centro-Nord, dove si registra invece 29.449 euro ciascuno. Su base regionale la Campania, con una diminuzione del 5,4%, è la seconda regione del meridione dopo l’Abruzzo, che ha fatto segnare un maggiore abbassamento del Pil.
Non va meglio se si analizzano i singoli settori: dall’agricoltura all’industria passando per il terziario, le regioni meridionali rispetto a quelle del Nord registrano un gap costante mai del tutto colmato. Emblematiche le conclusioni del rapporto: «Nel periodo 2000-2008 il Mezzogiorno è cresciuto la metà del Centro-Nord. Dal dopoguerra non si era mai verificata una così lunga interruzione del processo di crescita tra le due aree.
La forte contrapposizione tra Nord e Sud oggi rischia di allargare il divario e ostacola la ripresa economica nazionale». Divisi in ambito economico, non va certo meglio in politica dove la presenza di ministri meridionali nelle poltrone che contano è davvero scarsa, se non inesistente. I tempi in cui nei palazzi del potere sedevano, a cavallo degli anni ’80 e ’90, i vari Ciriaco De Mita, Paolo Cirino Pomicino prima e Antonio Bassolino poi, rispettivamente presidente del Consiglio, ministro del Bilancio e del Lavoro, sono lontani. Fatta eccezione per uno sparuto nugolo di ministri senza portafoglio – Mara Carfagna alle Pari Opportunità, Gianfranco Rotondi all’Attuazione del programma di Governo ed Elio Vito ai Rapporti con il Parlamento – la Campania ed il Sud sono totalmente assenti dalla compagine governativa.
Un’Italia unita soltanto sulla cartina geografica è una percezione non solo degli italiani, ma anche dei cittadini stranieri che in Italia ci vivono soltanto per periodi medio-lunghi. Secondo un’indagine condotta da Intercultura, ben il 76,5% degli studenti stranieri che si trovano nel nostro Paese per motivi di studio dicono che l’Italia è in realtà una nazione divisa tra il Nord e il Sud. Gli elementi di differenziazione sono quelli tipici dei luoghi comuni: ritmi frenetici, freddezza nei rapporti umani e ricchezza al Nord, tranquillità e maggiore disponibilità al dialogo nelle regioni meridionali...continua

TUTTI IN CORSA PER NAPOLI

Nove candidati in lizza per lo scranno più alto di palazzo San Giacomo. In provincia, intanto, si sfidano vecchi e i giovani politici


di Antonio Puzzi

Il tanto auspicato bipolarismo, per Napoli, è solo un sogno. Tutto ha avuto inizio col “pasticciaccio” delle primarie e adesso sono ben nove i candidati, quattro a sinistra, tre a destra e due al centro che, salvo ripensamenti, si contenderanno, a maggio, la poltrona di primo cittadino del capoluogo campano.
«Con il suo fare, il Pd ha assunto i classici comportamenti di chi ritiene una partita già persa – ha sostenuto Fausto Corace, segretario regionale del Psi, ritenuto da più parti uno dei massimi esperti di politica napoletana – ma anche il centrodestra non può vantare con Gianni Lettieri una scelta vincente.
L’ex presidente dell’Unione Industriali ha già spaccato il suo mondo, ma l’investitura è arrivata direttamente da Gianni Letta e così a nulla sono valse le critiche sprezzanti della sua stessa parte politica». Vana è stata la lettera firmata da trentanove iscritti al partito per chiedere a Silvio Berlusconi un ripensamento. A tentare di cavalcare l’onda di tale dissenso giunge però Clemente Mastella che, nel ribadire la sua candidatura per i Popolari, ha definito “guasconi” gli atteggiamenti del Pdl: «Non credo – ha asserito – ci siano le condizioni numeriche e politiche affinché Lettieri possa vincere al primo turno». Per attirare l’attenzione su di sé, l’ex sindaco di Ceppaloni ha proposto a Fabio Cannavaro e Ciro Ferrara di fare parte della sua improbabile giunta. Non è il solo, però, in quanto anche Lettieri, che promette che i suoi consiglieri doneranno ai poveri il compenso previsto, corteggia Cannavaro come assessore.
Il Pd ha invece deciso di puntare sull’ex prefetto Mario Morcone, il quale, ha spiegato Corace, «sarebbe stato indicato da Carlo Borgomeo (presidente Fondazione Sud, ndr), al quale Pierluigi Bersani aveva chiesto invano di candidarsi». Di certo, il centrosinistra punta sulla quantità. Oltre a Morcone, appoggiato anche da Sinistra e libertà in seguito a un referendum, ci saranno infatti Luigi De Magistris, sostenuto da Idv, Federazione della Sinistra e, secondo alcuni, dal “popolo reale” dei vendoliani, Roberto Fico per il Movimento 5 Stelle e Raffaele Di Monda, che con il Pin (Progetto innovazione per Napoli) promette: «Affiderò a un netturbino la gestione del problema rifiuti».
Il neonato terzo polo punta, invece, sul rettore dell’Università degli Studi di Salerno, Raimondo Pasquino, appoggiato anche dai socialisti. «Andrea Cozzolino ora si è schierato a favore di Morcone – ha dichiarato Corace – mentre Umberto Ranieri va verso Pasquino, sebbene la sua sarà una scelta difficile: fare una cosa diversa dal partito o continuare a lavorare con esso?». Arrivano, poi, nelle ultime ore, la candidatura dell’avvocato Carlo Taormina con i liberali di Lega Italia e la promessa di un nuovo nome avanzata da Mpa...continua

FIAT, L’INDOTTO ASPETTA E SPERA

Johnson Controls, Ergom, Proma,Tower e tante altre fabbriche che ruotano attorno allo stabilimento di Pomigliano vivono la transizione difficile del settore auto


di Alessandro Dorelli


Si scrive Fabbrica Italia Pomigliano, si legge progetto Nuova Panda. Nuovo stabilimento, o meglio stabilimento messo a nuovo, e nuova produzione che mette alla porta quella tradizionale dell’Alfa Romeo, che qui a Pomigliano d’Arco ha segnato la storia, non solo industriale, di un’intera cittadina.
Dopo mesi di aspri dibattiti, che hanno visto sgretolarsi il fronte sindacale e modificare gli stessi rapporti tra industriali, partono le prime assunzioni nell’ex stabilimento Giambattista Vico. Di pari passo, però, si materializzano all’orizzonte i primi dubbi su quale sarà la ricaduta sull’indotto Fiat, ossia su quel consistente numero di piccole e medie aziende che hanno proliferato in tutta la Campania, trainate dalle produzioni targate Alfa. Aziende che impiegano migliaia di lavoratori, quasi tutti interessati dalle varie forme di ammortizzatori sociali negli ultimi quattro anni. Lo start al progetto dell’amministratore delegato Sergio Marchionne è stato dato lo scorso 7 marzo, con il passaggio di 4 capi delle Ute, 3 tecnici e un gestore operativo da Fiat Group Automobiles alla newco Fabbrica Italia Pomigliano. Neoassunti che andranno ad affiancare Sebastiano Garofalo, passato da direttore di stabilimento ad amministratore delegato della nuova società, noto per la produzione e distribuzione di un discusso dvd, che invitava gli operai dello stabilimento partenopeo ad accettare i termini dell’accordo proposto da Fiat.
Nelle loro mani la fase iniziale del progetto: il completamento dei lavori all’impianto di lastratura e alla catena di montaggio. Contemporaneamente sul fronte indotto l’effetto domino si avverte immediatamente. Fra le prime a muoversi, due colossi dell’apparato produttivo che ruota intorno il sito napoletano: Johnson Controls e Ergom. Entrambe specializzate nella componentistica auto e nella lavorazione delle materie plastiche. Johnson Controls, 169 operai in cassa integrazione da circa otto anni nello stabilimento di Rocca d’Evandro e circa 180 in quello di Cicerale (Salerno), ha annunciato da subito un investimento di circa 2 milioni di euro da completare entro giugno e una leggera modifica alla dislocazione produttiva fra i due stabilimenti. Investimenti che dovrebbero permettere il riassorbimento dei lavoratori della multinazionale a stelle e strisce entro il 2012, anno in cui la newco produrrà 240mila Nuova Panda.
Altro discorso per i dipendenti della Ergom. Circa 1000 lavoratori nelle tre sedi presenti fra Caserta e Napoli, secondo un accordo stilato con la stessa Fiat prima della crisi avrebbero dovuto essere assunti dallo stabilimento di Pomigliano. Ora almeno per 500 di loro potrebbe non esserci più posto e lo stabilimento di Marcianise dovrebbe essere accorpato a Napoli. Nella stessa situazione di incertezza versa gran parte dell’indotto Fiat.
Ai due esempi, che rappresentano solo gli estremi delle reazioni che il processo Fabbrica Italia Pomigliano potrà innescare, si affiancano molte realtà industriali che ancora navigano a vista. Due i fattori fondamentali del nuovo piano industriale torinese che creano scompiglio nell’indotto: la risposta del mercato ai volumi di produzione fissati da Marchionne e il passaggio da una produzione di alto livello ad una di livello medio/basso. Fornire interni, rifiniture o componentistica per Alfa 159, Giulietta o Mito non è lo stesso che fornire i medesimi prodotti per la Nuova Panda, ma nonostante questo i giudizi sui livelli produttivi e lavorativi non sono univoci....continua

venerdì 4 marzo 2011

«LE RAGAZZE DEL PAPI, UN PRODOTTO CAMPANO»

Claudio Pappaianni, giornalista de “L’Espresso” e autore di un libro sui sexy-scandali del premier, racconta la parabola delle “miracolate” napoletane: da Francesca Pascale a Emanuela Romano, da Giovanna Del Giudice alla “braciulona” Virna Bello


di Alessandro Cenni


Un filo rosso unisce il “Casoria gate” al “Ruby gate” ed è incastrato tra le rocce del Vesuvio. Scandalo, caso giudiziario: Napoli ricorre incessante, tanto nei luoghi quanto nelle protagoniste. Facciamo il punto con Claudio Pappaianni, giornalista de “L’Espresso”, vincitore del concorso internazionale “Giornalisti del Mediterraneo” e coautore, insieme a Peter Gomez, Marco Lillo e Marco Travaglio, del libro Papi. Uno scandalo politico, edizioni Chiarelettere.
Pappaianni, Napoli è una parola chiave negli scandali del premier?
È sicuramente uno snodo importante, se non altro perché il “Papi gate”, dal punto di vista mediatico, parte da lì, dalla festa di 18 anni di Noemi Letizia a Casoria. Veronica Lario decide di rompere il suo matrimonio con Silvio Berlusconi, l’Italia distratta scopre che è governata da un uomo che trascorre serate circondato da decine donne, molte delle quali sono escort di professione. Tutto, dopo la bella intervista di Angelo Agrippa del “Corriere del Mezzogiorno” alla ragazza di Portici che ci fa scoprire che Silvio Berlusconi, nel suo harem, si fa chiamare “Papi”. Un’intervista, quella, che letta oggi è ancora più inquietante: è dettata da una grande ingenuità di Noemi o ricca di messaggi in codici?
Che intende?
Intanto, Noemi è la prima che parla di “Bunga Bunga”, raccontandola come una delle barzellette preferite dal premier (illuminante ed educativa, per una ragazza di 17 anni). Poi, dopo aver raccontato della «scrivania del premier sommersa dalle carte», conclude di voler entrare in politica: «Ci penserà Papi Silvio», disse.
Tutto ha inizio nel 2008?
Il fenomeno delle “Papi girls” è certamente precedente: Berlusconi conosce Francesca Pascale, per esempio, sul finire del 2006, per poi ospitarla in una cena privata sul suo aereo personale dopo una manifestazione a Piazza del Plebiscito a Napoli. Ma i festini circondato da decine di belle donne non sono certo una novità per Berlusconi: nel 1986, stando ad un’intercettazione che abbiamo inserito nel libro, si preparava a festeggiare il Capodanno assieme a Bettino Craxi, in compagnia delle showgirl del “Drive in”. Era l’era Craxi, l’epoca di “nani e ballerine”. Ora ci sono “nani e veline”.
Cos’è cambiato da allora?
Che le “Papi girls” le paghiamo noi. Berlusconi può piazzare una velina di periferia come Francesca Pascale, una che si esibiva su “Telecafone”, in politica. La Pascale è consigliere provinciale, cioè ha un ruolo istituzionale. E così Virna Bello, una Pr di provincia nota come “la braciulona” e anche lei nel gruppo della Pascale, il comitato “Silvio ci manchi”, finita col diventare assessore a Torre del Greco.
Oppure Emanuela Romano, che è stata certamente a Villa Certosa, ora assessore ai Servizi sociali a Castellamare di Stabia. C’è poi Giovanna Del Giudice, ex meteorina con Emilio Fede, divenuta assessore provinciale alle Politiche giovanili e alle Pari opportunità.
C’è una relazione tra il tessuto sociale della nostra regione e le “Papi girls”?
Le inchieste, giornalistiche e giudiziarie, dimostrano che non è una questione legata al disagio sociale ed economico. Certo è che la compagine campana tra le donne che frequentano le residenze di Berlusconi è la più folta. Ma l’anomalia non è la loro presenza nella vita del premier, piuttosto la pioggia di incarichi pubblici che rivestono.
Come lo spiega?
Da un lato può esserci un’eccessiva leggerezza da parte di una persona che non sa chi si mette in casa, un premier che non va troppo per il sottile, che ha corso e corre molti rischi con le sue frequentazioni e che poi deve, in qualche modo, correre ai ripari. Dall’altro è facile dare opportunità a delle ragazze, in una regione che ha un deficit di classe dirigente, specie nel partito di maggioranza relativa. Il partito di Berlusconi in Campania ha il suo coordinatore regionale, Nicola Cosentino, accusato di concorso esterno in associazione camorristica e il suo vice, nonché presidente della Provincia di Napoli e deputato, Luigi Cesaro, che impazza sul web per le sue gaffe e che ha candidamente ammesso di aver avuto rapporti con la Nuova camorra organizzata e con Rosetta Cutolo. Se questo è il punto più alto che oggi il centrodestra campano può esprimere, è evidente che lì, piuttosto che altrove, è facile piazzare veline in ruoli di comando...continua

LA GANG DEL PERCOLATO

Quattordici arresti di funzionari e dirigenti che smaltivano illecitamente i liquami nelle acque costiere. Un’inchiesta che si riallaccia all’emergenza rifiuti del 2003


di Marilù Musto


Chi non ricorda le proteste di Villa Literno, tra il 2003 e il 2004? Mentre era in corso l’ultima guerra di camorra tra i gruppi Tavoletta-Ucciero e Bidognetti, alcuni giovani di nemmeno 20 anni finivano i loro giorni di vita stramazzati al suolo.
C’era una parte del paese fatta di donne con bambini e i loro uomini al seguito che protestava contro gli sversamenti delle ecoballe sul territorio liternese.
«Qui, prima o poi, nasceranno gli alberi blu», dicevano i manifestanti.
E chi non ricorda, invece, il commissario dei rifiuti Corrado Catenacci, che giungeva a Villa Literno, il paese più grande per estensione territoriale di tutta la provincia di Caserta, sulla sua auto blindata, scortata dai carabinieri della locale stazione.
Carabinieri che quando non erano impegnati sull’ultimo morto inchiodato a terra dai killer, erano sul sito di “Lo Spesso” per il servizio di ordine pubblico.
Quando arrivava Catenacci a Villa Literno, in quegli anni, la folla si infiammava. Fino a quando il sindaco del paese, Enrico Fabozzi, parlava con il commissario nella sala comunale.
E ne usciva con un responso: ancora ecoballe a Villa Literno.
In cambio, però, il Governo depurava le acque del paese e stanziava soldi a cascate per rimettere a nuovo la cittadina con una bonifica. In pratica il Governo dava, in cambio della “monnezza” di quasi metà della regione, ciò che il paese doveva ottenere per diritto: acqua pulita e aria salubre.
Dove sono andati a finire i litri di percolato che ristagnavano al margine delle ecoballe di “Lo Spesso”? Un’inchiesta ha fornito una parziale risposta. Perché dopo sette anni, dopo pagine di giornali dedicate allo scandalo rifiuti in Campania e dopo che la “questione Villa Literno” è stata messa a tacere con le cascate di finanziamenti, si è giunti ad un risultato: l’ex presidente della Regione Campania Antonio Bassolino è fra i 38 indagati nell’ambito dell’indagine su presunti reati ambientali.
I numeri dell’inchiesta della Procura napoletana sono altissimi: 14 solo gli arresti eseguiti dai carabinieri del Noe e della Guardia di finanza, tra cui proprio l’ex prefetto Corrado Catenacci e l’ex vice di Guido Bertolaso alla Protezione civile, Marta Di Gennaro.
Indagato anche l’ex capo della segreteria politica di Bassolino, Gianfranco Nappi e l’ex assessore regionale all’epoca delle giunte “bassoliniane” Luigi Nocera.
L’indagine è la prosecuzione di quella conclusa nel maggio 2008, nota con il nome di “Operazione Rompiballe”, che ha portato all’arresto di 25 indagati per traffico illecito di rifiuti.
Nelle carte vengono riscontrati dalla Procura «gravi indizi di colpevolezza nei confronti di ex uomini politici, professori universitari, dirigenti della pubblica amministrazione e tecnici delle strutture commissariali, che si sono avvicendati al Commissariato per l’emergenza rifiuti della Regione Campania dal 2006 al 2008 che, in qualità di responsabili del processo di smaltimento del “percolato” prodotto dal sistema regionale, utilizzavano gli impianti di depurazione di acque reflue della Regione Campania, contribuendo all’inquinamento del tratto costiero del litorale napoletano».
In pratica, nel corso delle indagini che hanno portato all’arresto delle 14 persone accusate di associazione per delinquere, truffa e reati ambientali, è stata accertata l’esistenza di un accordo illecito tra pubblici funzionari e gestori di impianti di depurazione campani, che ha consentito, per anni, lo sversamento in mare del percolato (rifiuto liquido prodotto dalle discariche di rifiuti solidi urbani), in violazione delle norme a tutela dell’ambiente.
Il percolato veniva immesso senza alcun trattamento nei depuratori dai quali finiva direttamente in mare, contribuendo ad inquinare un lunghissimo tratto di costa della Campania, dal Salernitano fino al Casertano.
Non a caso, l’ordinanza di custodia in carcere, scattata il 28 gennaio scorso, ha raggiunto anche i manager della società Hidrogest, Gaetano De Bari e Claudio De Biasio...continua

PD, CHE BRUTTO AFFARE LE PRIMARIE

Dopo il triste spettacolo delle consultazioni napoletane, la base del partito ci ripensa: «Qui ci vogliono regole, far votare tutti significa andare al massacro»


di Francesco Falco


Dell’esito, incerto, interessa parlare fino a un certo punto. Perché tra le accuse di brogli, di voti comprati per una manciata di euro nelle zone più povere della città, tra veti e parziali distensioni, definire pasticcio questa storia è a dir poco eufemistico. Se ne sono accorti anche ai piani alti del partito, captando l’amarezza di iscritti e militanti che hanno visto le primarie per il candidato sindaco del Pd a Napoli trasformarsi in una guerra interna logorante e manifesta.
Fiutati i pericoli, è stato il segretario nazionale Pierluigi Bersani, nei giorni successivi alla vittoria contestatissima di Andrea Cozzolino contro Umberto Ranieri e Libero Mancuso, a inviare a Napoli Andrea Orlando, in veste di commissario, con il compito di sciogliere un nodo che rischia di trasformarsi in un clamoroso autogol. Del resto, era stato lo stesso segretario regionale Enzo Amendola, durante l’assemblea nazionale del partito, ad esprimersi con questi toni: «Senza retorica vi chiedo scusa per quanto è accaduto: siamo una comunità legata da un impegno e una lotta comune e per questo le mie scuse sono segnate da amarezza e inquietudine».
Un sentimento di disaffezione che serpeggia in maniera evidente tra la base del partito, covato già da tempo e ribadito da chi sconfessa, a larghissima maggioranza, i risultati della consultazione, come segnalato da un sondaggio de “la Repubblica Napoli”, secondo il quale solo l’11% ritiene credibile il dato uscito dalle primarie.
E ora? Dopo la parziale retromarcia di Cozzolino, i nomi rilanciati come quello di Raffaele Cantone e Luigi De Magistris sembrano suggerire la figura di una personalità trasparente e affidabile, capace di ricompattare iscritti e simpatizzanti intorno a una figura di rinnovamento. Ma Cantone pare proprio non aver voglia di lanciarsi in una sfida elettorale simile, e la palla ripassa in mano alla politica.
Certo, ci si guarda bene dal prendersela con il mezzo primarie, un mero strumento in mano a chi lo usa peculiarmente e non senza distorsioni. Come quelle segnalate da Renato Natale, chiamato in veste di commissario a rilanciare il Pd di Casal di Principe, in uno dei tanti paesi della provincia di Caserta dove il maggiore partito del centrosinistra mostra enormi segnali di difficoltà.
«Per come vengono organizzate, io non credo alle primarie. Se fossero programmate con gli iscritti, beh sì; ma in alcune realtà è evidente che l’avversario politico è tentato di intervenire per far vincere il candidato più debole, per poi batterlo più agevolmente alle elezioni.
Non si può – continua Natale – scimmiottare altri Paesi senza la stessa storia, senza poi considerare criticità come la compravendita di voti o altre distorsioni». E sulle primarie napoletane, rincara: «La frattura interna crea perplessità a persone come me e altri: il centro del dibattito è sempre sull’organigramma, su chi fa che cosa, e non su temi concreti come la sicurezza sul lavoro, l’ambiente, la lotta alle illegalità».
Sulla scelta, “laica”, di accettare l’incarico di commissario del Pd locale, conclude: «Ho deciso di fare il commissario sulla spinta di una serie di amici e compagni di Casal di Principe, per ricostruire un minimo di attività politica che era sparita, cercando di riavvicinare quelli che si erano allontanati, che erano trasmigrati nel volontariato, ma il mio è soltanto un ruolo locale».
La pressoché unanime condanna dello spettacolo negativo offerto dal Pd giunge anche da Raffaele Vitale, giovane segretario del Pd di Parete: «Cose del genere allontanano le nuove generazioni dalla politica: il risultato è quello di ottenere l’effetto inverso. Calare le primarie senza un regolamento che tuteli tutti, in una realtà complessa come la nostra, vuol dire andare al massacro, se non ti doti di uno strumento di garanzia efficace»...continua

giovedì 3 febbraio 2011

MEGLIO CHE RESTINO SEPOLTI…

Siti archeologici preziosissimi e in gran quantità si concentrano nel territorio di Caserta e Napoli. Ma per lo Stato sono un fastidio, una rogna da gestire. E così i tombaroli ne approfittano

di Brunella Nobile
e Luisa Smeragliuolo Perrotta



Il territorio campano che si snoda lungo l’antica via consolare Appia è un territorio ricco dal punto di vista archeologico di reperti di inestimabile valore. Nessuna meraviglia, quindi, che questa notizia abbia valicato i confini della specializzazione accademica per giungere fino alle orecchie di tombaroli organizzati, che con un’attività redditizia come la profanazione delle tombe e dei siti archeologici dell’Alto casertano hanno messo in piedi un giro di ricettazione conclusosi con l’arresto per molti di loro nell’ambito dell’operazione Ro.Vi.Na., che nel mese di gennaio scorso ha portato al sequestro di 633 reperti archeologici destinati al mercato clandestino.
Con spilloni e metal detector, sono anni che i tombaroli sondano il terreno e rubano senza nascondersi più di tanto: alcuni, più amanti dell’arte di altri, espongono nelle proprie case ciò che trovano.
Anni di deprivazione hanno reso i siti, ufficiali e non, un po’ più poveri e un po’ meno interessanti, eppure le tracce del passato riaffiorano, resistono all’incuria e ai malintenzionati. Da Alife a Capua, da Santa Maria Capua Vetere ad Aversa, da Maddaloni a Calvi Risorta, fino a Succivo e oltre i siti archeologici ufficiali – nove in tutto in Terra di Lavoro (Alife, Calvi Risorta, Maddaloni, Roccamonfina, Santa Maria Capua Vetere, Teano, Agro atellano, Sessa Aurunca, Mondragone, cui si aggiunge la preziosa Liternum nel territorio giuglianese), seppure fuori dalle rotte turistiche più in auge, come Pompei, sono curati, tenuti in vita e visitati dal pubblico anche grazie ai musei disseminati sul territorio. Il problema è tutto il resto della provincia: come Carinola e Cellole, i cui resti romani sono in condizioni di degrado, come Calvi, l’antica Cales, che avrebbe bisogno di nuovi scavi e sorveglianza per quello che c’è, liberamente visitabile e più esposto all’attività di indefessi tombaroli, così come Francolise, la cui necropoli, in zona Montanaro, è una distesa di buche e di tombe violate.
I resti sono romani, sanniti, talvolta etruschi e in alcuni casi risalgono anche ad epoche più remote, paleolitico e neolitico: come a Tora e Piccilli, dove sono visitabili le “Ciampate del Diavolo”, ovvero le impronte di uomini primitivi risalenti a 56 milioni di anni fa, o a Liberi, l’antica Trebula, dove sono stati trovati pesci fossili risalenti a 110 milioni di anni fa. I lavori per la realizzazione della linea ferroviaria dell’alta velocità hanno portato alla luce, solo lungo la tratta Roma-Napoli, ben 149 siti archeologici: in media un sito ogni 500 metri lungo i primi 200 km della tratta. Nel Casertano, oltre ai già citati siti archeologici di Teano e Capua, dove sono stati rinvenuti una struttura termale di età imperiale e una villa rustica, le altre campagne di scavo hanno consentito l’individuazione di un sito con differenti fasi di vita dall’età repubblicana, nei pressi del Comune di Sparanise (Briccelle), e una villa rustica di età romana a Vitulazio.
Testimonianze di vita pre e protostorica fino all’età romana sono state rintracciate anche nei Comuni a nord di Napoli...continua