giovedì 3 febbraio 2011

MEGLIO CHE RESTINO SEPOLTI…

Siti archeologici preziosissimi e in gran quantità si concentrano nel territorio di Caserta e Napoli. Ma per lo Stato sono un fastidio, una rogna da gestire. E così i tombaroli ne approfittano

di Brunella Nobile
e Luisa Smeragliuolo Perrotta



Il territorio campano che si snoda lungo l’antica via consolare Appia è un territorio ricco dal punto di vista archeologico di reperti di inestimabile valore. Nessuna meraviglia, quindi, che questa notizia abbia valicato i confini della specializzazione accademica per giungere fino alle orecchie di tombaroli organizzati, che con un’attività redditizia come la profanazione delle tombe e dei siti archeologici dell’Alto casertano hanno messo in piedi un giro di ricettazione conclusosi con l’arresto per molti di loro nell’ambito dell’operazione Ro.Vi.Na., che nel mese di gennaio scorso ha portato al sequestro di 633 reperti archeologici destinati al mercato clandestino.
Con spilloni e metal detector, sono anni che i tombaroli sondano il terreno e rubano senza nascondersi più di tanto: alcuni, più amanti dell’arte di altri, espongono nelle proprie case ciò che trovano.
Anni di deprivazione hanno reso i siti, ufficiali e non, un po’ più poveri e un po’ meno interessanti, eppure le tracce del passato riaffiorano, resistono all’incuria e ai malintenzionati. Da Alife a Capua, da Santa Maria Capua Vetere ad Aversa, da Maddaloni a Calvi Risorta, fino a Succivo e oltre i siti archeologici ufficiali – nove in tutto in Terra di Lavoro (Alife, Calvi Risorta, Maddaloni, Roccamonfina, Santa Maria Capua Vetere, Teano, Agro atellano, Sessa Aurunca, Mondragone, cui si aggiunge la preziosa Liternum nel territorio giuglianese), seppure fuori dalle rotte turistiche più in auge, come Pompei, sono curati, tenuti in vita e visitati dal pubblico anche grazie ai musei disseminati sul territorio. Il problema è tutto il resto della provincia: come Carinola e Cellole, i cui resti romani sono in condizioni di degrado, come Calvi, l’antica Cales, che avrebbe bisogno di nuovi scavi e sorveglianza per quello che c’è, liberamente visitabile e più esposto all’attività di indefessi tombaroli, così come Francolise, la cui necropoli, in zona Montanaro, è una distesa di buche e di tombe violate.
I resti sono romani, sanniti, talvolta etruschi e in alcuni casi risalgono anche ad epoche più remote, paleolitico e neolitico: come a Tora e Piccilli, dove sono visitabili le “Ciampate del Diavolo”, ovvero le impronte di uomini primitivi risalenti a 56 milioni di anni fa, o a Liberi, l’antica Trebula, dove sono stati trovati pesci fossili risalenti a 110 milioni di anni fa. I lavori per la realizzazione della linea ferroviaria dell’alta velocità hanno portato alla luce, solo lungo la tratta Roma-Napoli, ben 149 siti archeologici: in media un sito ogni 500 metri lungo i primi 200 km della tratta. Nel Casertano, oltre ai già citati siti archeologici di Teano e Capua, dove sono stati rinvenuti una struttura termale di età imperiale e una villa rustica, le altre campagne di scavo hanno consentito l’individuazione di un sito con differenti fasi di vita dall’età repubblicana, nei pressi del Comune di Sparanise (Briccelle), e una villa rustica di età romana a Vitulazio.
Testimonianze di vita pre e protostorica fino all’età romana sono state rintracciate anche nei Comuni a nord di Napoli...continua

«IL BENE PUBBLICO È DIVENTATO MARGINALE»

Svendere il patrimonio artistico nazionale, come vorrebbe Tremonti, non è un’operazione conveniente. Parola di Salvatore Settis, uno dei maggiori archeologi e storici dell’arte del nostro paese


di Francesco Falco



Già direttore del Getty Research Institute di Los Angeles e della Scuola Normale di Pisa, titolare a Madrid della «Cátedra del Prado», Salvatore Settis è uno dei più importanti archeologi e storici dell’arte del nostro Paese. Da poche settimane è in libreria il suo ultimo saggio, Paesaggio, Costituzione, cemento (Einaudi, pp. 326, 19 euro).
Nella triste visione della dissoluzione del patrimonio pubblico e del paesaggio italiano, la sua riflessione acutissima e rigorosa è una luce preziosa per illuminare un principio fondamentale adombrato, ma ribadito di continuo anche nel testo sopraccennato: publica utilitas, interesse collettivo.
In Italia viviamo un paradosso: da un lato c’è il tasso di crescita demografica più basso d’Europa, dall’altro il più alto tasso di consumo del territorio d’Europa. Nel suo saggio, lei punta l’indice contro una superfetazione normativa che moltiplica le competenze suddividendole tra Comuni, Province, Regioni e Stato.
La sovrapposizione normativa è certamente una delle condizioni di contorno che rende possibile l’eccesso di cementificazione che si registra nel nostro Paese. Il punto centrale, tuttavia, risiede nella mentalità arcaica, un retaggio contadino, che vorrebbe quello nel mattone come l’investimento più sicuro e più proficuo. È una falsità, perché i risparmi indirizzati in investimenti improduttivi non fanno che accrescere il numero di appartamenti invenduti, quando invece potremmo reinvestire in settori più produttivi, come la ricerca scientifica, capitali che vengono immobilizzati. Con il rischio, continuando di questo passo, di assistere in Italia alla medesima bolla immobiliare che ha colpito altri Paesi, con conseguenze molto gravi.
La moltiplicazione di norme fa il paio con l’alleggerimento del peso specifico di altre e con l’azione in deroga, in una sorta di stato di eccezione permanente.
Infatti. A un certo punto si crea attorno al cittadino una foresta di norme e di veti che per poterne uscire bisogna agire in deroga. Non si interviene mai con leggi che abbiano una efficacia e che siano in armonia con altre leggi, ma si opera in deroga e si genera una sensazione di confusione. Il messaggio che passa è, poi, che le norme non ci sono e ognuno può fare quel che vuole, agendo da furbo.
La svendita del territorio è frutto, pare di capire, di un uso distorto degli oneri di urbanizzazione da parte dei comuni, che li utilizzano per questioni ordinarie, causa mancanza di liquidità.
È un fenomeno di cui si parla pochissimo, ma è fondamentale.
Gli oneri di urbanizzazione – secondo quanto prevedeva la legge Bucalossi – venivano pagati dal cittadino per consentire l’erogazione di servizi come l’elettricità, le fogne: addirittura era previsto un conto separato per i comuni, che potevano usare quelle risorse solo per determinate finalità. Un governo di centrosinistra modificò invece la normativa, trasferendo alla spesa corrente queste risorse. Il governo Berlusconi ha alimentato questo meccanismo abolendo l’Ici: in mancanza di contributi diretti, i comuni da qualche parte dovranno pur trovare le risorse per tirare avanti. È un meccanismo perverso perché vuol dire che il comune, per disporre di una certa cifra per l’attività ordinaria, pianifica l’anno prima quante costruzioni vanno fatte l’anno dopo. Inoltre, questo scatena una serie di provvedimenti che, a valanga, causano la distruzione del paesaggio, sia pubblico che privato.
Publica utilitas, quale superiore utilità dell’interesse collettivo, sembra un principio offuscato non da una singola legge ma da un orientamento di lungo corso: il pubblico, più che essere di tutti, sembra concepito come “non-privato”, non riconducibile ad un interesse definito e dunque agevolmente trascurabile. Il “caso Pompei” insegna.
Sì, è un’osservazione molto giusta. L’idea di pubblico bene, che in Italia ha una tradizione lunga e affonda le radici nel Diritto romano, sta diventando marginale, in coerenza con uno Stato segnato da modelli come il Thatcherismo e il Reaganismo.Visto che questi modelli hanno prodotto le crisi in cui ci troviamo, credo che sarebbe il momento di accorgersi che l’iperliberismo – questa etica per cui esiste solo l’individuo e non la società – va certamente corretto. È un momento, questo, in cui molte teorie economiche sono orientate a credere che quello che serve è uno Stato più forte, e non meno Stato. Svendere, come vorrebbe Tremonti, parte del patrimonio pubblico per ripianare il debito pubblico, dubito sia un’idea conveniente...continua

«L’OGGETTIVITÀ? PER FORTUNA NON ESISTE»

Eugenio Scalfari, maestro di generazioni di giornalisti, racconta le difficoltà della professione oggi. Il futuro è ancora nella formula inventata da lui: approfondimento e onestà dei punti di vista


di Raffaele de Chiara



La crisi delle vendite dei giornali come prodotto dell’avvento dei nuovi media e l’oggettività dell’informazione letta alla luce di una diversa concezione. Eugenio Scalfari, classe 1924, tra gli ultimi grandi giornalisti del secolo scorso ancora in attività, non usa mezzi termini nell’analizzare lo stato dell’arte del giornalismo in Italia. «L’abbassamento delle vendite dei quotidiani, e soprattutto dei periodici, non avviene solo nel nostro Paese, ma in tutto l’Occidente. Non credo che ciò dipenda dall’incapacità dei giornalisti, sarebbe infatti assai strano che in metà del pianeta tutti insieme fossero diventati incapaci». Il naturale cipiglio dei modi, accompagnato da un eloquio asciutto e forbito sono quelli di sempre, la disponibilità al dialogo anche. «La vera causa del calo è la concorrenza della televisione e di internet, è la società attuale che sta cambiando. Al giorno d’oggi, è sempre più evidente la rinuncia alla parola scritta, in favore di una comunicazione fondata principalmente sui suoni e sulle immagini».
Per alcuni, la causa dell’allontanamento dei lettori dalla carta stampata è dovuta anche all’abbandono, da parte di quest’ultima, di un modo di fare giornalismo “oggettivo”. «L’obiettività dei fatti è una finzione – afferma perentorio Scalfari –. Gli avvenimenti sono letti dai giornalisti secondo il loro punto di vista, ossia sulla base dell’interpretazione che loro ne danno». Non crede però che, così facendo, possa venire in qualche modo meno il rispetto e la tutela di chi legge? «Niente affatto, perché l’obiettività è cosa diversa rispetto ad un irraggiungibile distacco da ciò che si racconta. Essa consiste semplicemente nel rendere esplicito il punto di vista da cui ciascuno dei professionisti dell’informazione guarda gli avvenimenti. È solo questo quindi – sottolinea con forza – che va reso esplicito affinché i lettori possano decodificare le varie realtà dei giornali e dei giornalisti».
Una lettura dell’obiettività la sua, suffragata ancora di più dal notevole successo de “la Repubblica”, il quotidiano che fondò nel 1976 e che, per primo in Italia, ha cambiato il modo di fare informazione.
Non più soltanto cronaca, ma analisi e approfondimento secondo le diverse sensibilità di chi scrive. «Il futuro è ancora in quella formula. Non è certamente un caso se essa è stata adottata da tutti i giornali nazionali, sia nel nostro Paese che nel resto d’Europa». Da qualche anno a questa parte è sempre più diffuso il “Citizen Journalism”, ovvero un tipo di giornalismo detto anche partecipativo, che contempla un ruolo dei lettori sempre più attivo nella ricerca e nella divulgazione delle notizie. I suoi detrattori lo catalogano come fenomeno di costume, i suoi fautori come una risorsa indispensabile. «Il fenomeno cui lei fa riferimento si fonda interamente sulla comunicazione via Internet, con le varie forme dei social network, “Facebook”, “You Tube” e altre simili: non credo che sia semplicemente un fenomeno di costume, ma una realtà con cui tutti i giornali devono e dovranno confrontarsi»...continua

giovedì 30 dicembre 2010

IL PREZZO DELLA FIDUCIA

Dopo il terremoto in Parlamento,scosse di assestamento anche nel centrodestra campano. I peones chiedono poltrone, Caldoro vacilla


di Alessandro Pecoraro



Acque agitate nel golfo di Napoli. L’evoluzione degli eventi politici nazionali non risparmia la politica campana e in particolar modo il Popolo della libertà. I berluscones campani hanno perso una lunga serie di pezzi, soprattutto nelle province di Avellino e Caserta.Pasquale Viespoli, Italo Bocchino e Enzo Rivellini hanno guidato un vero e proprio esodo dal Pdl, basti pensare che i circoli casertani di Generazione Italia (il movimento interno a Futuro e libertà presieduto da Bocchino) hanno fatto il pienone raccogliendo tutti quei politici che nei mesi e negli anni passati erano stati vittima dello strapotere di Nicola Cosentino e dei suoi uomini.
Ma non è tutto, il Popolo della libertà nelle prossime settimane dovrà fare i conti con un problema ben più importante. La nascita del Polo della Nazione costringerà Nicola Cosentino a decidere quale strategia attuare in Campania relativamente alle alleanze e alla scelta del candidato per le prossime elezioni del Comune di Napoli.
La fiducia del 14 dicembre alla Camera dei Deputati è stata ottenuta anche con la promessa di una distribuzione di incarichi e poltrone, soprattutto a livello locale. In Campania la vittima sacrificale potrebbe essere proprio l’Udc, che pur trovandosi all’opposizione nazionale continua a essere un alleato prezioso e fedele del governo regionale, occupando una serie di poltrone che fanno gola ai tanti piccoli movimenti rappresentati in Parlamento da quei deputati che hanno consentito a Silvio Berlusconi di ottenere la fiducia. Pochi giorni fa il deputato Marco Pugliese, esponente campano di Forza Sud, movimento creato da Gianfranco Micciché ha chiesto con forza la rottura dell’alleanza campana con l’Udc.
Anche Francesco Pionati, segretario nazionale di Alleanza di centro, ha attaccato l’Udc chiedendo al Pdl un atto di coraggio con l’obiettivo di «costruire un centrodestra a prova di traditori».
Come se non bastasse, è spuntato anche il movimento Noi Sud, il cui deputato campano, Antonio Milo, dopo aver votato la fiducia, ha immediatamente chiesto un incontro agli onorevoli Cosentino e Mario Landolfi, al fine di ottenere un riequilibrio politico a livello regionale con l’ingresso in giunta degli esponenti del suo movimento. Le minacce di guerra nei confronti dell’Udc hanno avuto riscontro anche nelle parole di Nicola Cosentino che, alla convention di dicembre del Pdl, ha dichiarato di poter fare benissimo a meno di un’alleanza con l’Udc in Campania.
È diventato davvero complesso per Stefano Caldoro sciogliere il nodo che si è venuto a creare. Il governatore della Regione, pur essendo espressione diretta del Popolo della libertà, non ha mai amato Nicola Cosentino, soprattutto dopo le indagini della magistratura sul dossier a luci rosse.
Dopotutto Caldoro, se è stato scelto come candidato per la guida della Regione, deve ringraziare due politici che in Campania sono in rotta di collisione proprio con Cosentino: il ministro Mara Carfagna e il capogruppo del Fli Italo Bocchino ...continua

L'ONDA ANOMALA DEGLI STUDENTI

Marciano, occupano, si ribellano.Oppure restano indifferenti, come se la Riforma Gelmini non li riguardasse. Un viaggio nella pancia e negli umori degli atenei di Napoli e Caserta


di Assia Iorio e Anna Fusari



«Università pubblica, abbiamo toccato il fondo». È scritto sul cartellone di un ragazzo, Danilo Cicalese, in costume, cuffia e occhialini, arrampicato su un leone di piazza dei Martiri a Napoli. I ragazzi della Campania ci sono. La rivolta è in atto. Il caos è iniziato.
Questo è il problema: secondo il ministro della Pubblica Istruzione e la sua Riforma, l’autonomia delle Università dovrà essere coniugata con una forte responsabilità finanziaria, scientifica e didattica. Ciò comporterà la fine dei finanziamenti a pioggia, certo, ma soprattutto la privatizzazione di un ente che, stando alla Costituzione italiana, dovrebbe essere pubblico. Saranno quindi tagliati i fondi per gli studi e la ricerca e assorbiti i piccoli atenei… insomma, decisioni che valgono il futuro di una generazione!
Nella sfilata di rivendicazioni la “Federico II” e “l’Orientale” marciano in prima fila; nelle retrovie, un po’ esitante, procede la provinciale “Seconda università di Napoli”.
Della Sun aderiscono alla protesta soltanto i ricercatori, toccati in prima persona dalla Rriforma. Da giugno molti corsi, esami e sedute di laurea sono stati cancellati. E la situazione di disagio non accenna a calmarsi: i corsi continuano ad essere scoperti e c’è il rischio che esami e sedute di laurea siano rimandati a tempo indeterminato. Ma ciò che stupisce è l’immobilità di tanti ragazzi. Molti assistono agli scioperi dei loro insegnanti come semplici spettatori, senza rendersi conto davvero che è in gioco il loro futuro. «Il giorno dell’approvazione in Parlamento hanno appeso qualche striscione… niente di più - dice uno di loro -. Stanno manifestando per quella legge… Gelm... come si chiama? Sai dirmi di che si tratta?».
La disinformazione dei ragazzi è preoccupante. Eppure, senza la forza trainante degli studenti, qualsiasi movimento è destinato a spegnersi presto. Alla Facoltà di Medicina e Chirurgia, qualche studente sembra prendere l’iniziativa partecipando ad assemblee e cortei e collaborando con i ragazzi della “Federico II” e de “l’Orientale”. Epicentro della rivolta resta, allora, Napoli, in modo particolare la zona universitaria di corso Umberto e piazza del Gesù. Sono stati occupati Porta di Massa, sede della Facoltà di Lettere e filosofia della “Federico II” e Palazzo Giusso de “l’Orientale”.
«Riprendiamoci il nostro futuro», si legge su uno striscione posizionato sui cancelli della facoltà di Lettere.
Diversi e vani sono stati i tentativi da parte dei ragazzi del collettivo di Porta di Massa di occupare anche il Rettorato della “Federico II”. Si cerca di ottenere risultati più concreti attraverso manifestazioni e cortei. L’intricato reticolo di strade stracolme di monnezza, bagnate di pioggia incessante, accoglie i nuovi ospiti della malinconia napoletana. Al fianco di precari, ecologisti e semplice gente esausta, avanzano gli studenti. Si somma la rabbia, esplode la disperazione.
Qui si lotta, prima ancora che per il diritto agli studi e ad avere un’università pubblica e ben finanziata, per il diritto di respirare aria pulita, per vivere in una società più sicura. Questa è la rivolta degli studenti campani.
L’anomalia, rispetto ad altre città d’Italia, è che ogni iniziativa viene stroncata duramente dai caschi blu della polizia. Non si tratta più di semplici manifestazioni, ma di veri e propri scontri.
Il barile delle polveri è esploso il primo dicembre, quando i ragazzi in corteo, a piazza Plebiscito, hanno varcato le porte del teatro San Carlo con la speranza di trovare la solidarietà degli artisti. Il tentativo di un dialogo, cercato da entrambe le parti, è stato stroncato da una carica. E qualcuno ha pure rotto il braccio al primo violinista. «Ho pianto dentro di me per la crudeltà con cui quegli studenti venivano caricati… è stato uno spettacolo davvero infelice», afferma uno degli orchestrali presenti quel giorno ...continua

SOLO UN POVERO ARTISTA…

Peppe Barra, cantore e testimone della cultura europea, racconta il suo disagio nell’Italia di oggi: «Mi vergogno quando calunniano la gente di Terzigno»


di Valentina Sanseverino



Dall'esordio in teatro a soli tre anni all’ultimo spettacolo – in ordine di tempo – in cartellone a Caserta. Dalla “Nuova Compagnia di Canto Popolare” alla carriera da solista, dal cinema alla tv.
Peppe Barra, l’artista che ha esportato la grandezza della cultura napoletana in tutto il mondo, si racconta dalle pagine del nostro giornale. E ci tiene a mandare un messaggio preciso e chiaro a tutti: «Ascoltate la voce del popolo di Terzigno!».
Maestro, torniamo indietro con la memoria, a oltre sessant’anni fa. Come è iniziato tutto?
In famiglia si respirava aria di palcoscenico fin dalla mia nascita e anche prima (il padre, Giulio, era artista di varietà; la madre, Concetta, indimenticabile icona del teatro partenopeo, ndr). A tre anni la maestra Zietta Liù mi scelse per una piccola parte in una rappresentazione della fiaba di Pollicino. Da lì sono arrivate le scuole di recitazione e canto, le prime rappresentazioni, i primi ruoli importanti.
Lei ha interpretato tutte le maschere del teatro partenopeo, da quelle della Cantata dei Pastori a Pulcinella, ma non solo. Da Nerone a don Chisciotte, dalle commedie di Goldoni a quelle di Molière. C’è un personaggio che ha particolarmente amato?
Li ho amati tutti, con la stessa passione. Se dovessi proprio sceglierne uno sarebbe senza dubbio Mr. Peachum ne L’opera da tre soldi di Brecht (a fianco ad Elio delle Storie Tese, ndr). Sì Mr. Peachum è forse quello che più ho amato.
E tra gli uomini che non recitano, quelli della vita reale? Qual è stato l’incontro più importante della sua vita?
Ho conosciuto artisti e uomini eccezionali: Eduardo De Filippo, Vittorio Gassman, Fabrizio De André, Roberto Benigni. Ma Marcello Mastroianni è stato sicuramente l’uomo più sconvolgente che ho incontrato.
Ancora più della sua grandezza come attore, era la luminosità che sprigionava a renderlo speciale: ti lasciava a bocca aperta. Poi col tempo imparai a conoscere anche la sua infinita umiltà, la sua intelligenza brillante…
Era un uomo vero, generoso, umile, non per modo di dire: era pieno di luce.
E poi, naturalmente, il mio grande amico Nino Rota. Nino era il musicista più grande che abbia mai conosciuto, era un personaggio interessante, ma sopratutto un vero amico. E basta.
Lei è tra gli autori e attori teatrali più prolifici al mondo, eppure ha trovato sempre spazio per dedicarsi alla musica, senza disdegnare
anche qualche apparizione in tv.

L’amore per il teatro non dà tregua né tempo per dedicarsi ad altro. Anche quando sono andato in tv, la prima volta nel 1987, con Serata d’onore, un omaggio a De Filippo con lo stesso Eduardo, Gassman e, appunto, Mastroianni, è stato sopratutto per portarci le mie opere teatrali. Non amo molto la tv, ma aiuta tanti bravi giovani a venire fuori: come Valerio Mastandrea, un attore che apprezzo molto. La tv va bene per questo e poco altro. Diverso è il discorso per la musica: da quando ho iniziato con la “Nuova Compagnia di Canto Popolare” mi sono appassionato al modo in cui la musica si sposa con il teatro: con loro ho girato tutto il mondo cantando in napoletano e l’amore del pubblico ci ha accolto bene ovunque, anche se non tutti capivano la lingua. Poi c’è stato “Peppe & Barra”, il Premio Tenco, l’incontro con De André (che gli chiese di interpretare Bocca di Rosa in napoletano e la inserì nell’Lp Cani Randagi, ndr) e l’inizio della mia carriera da solista, che mi regala ancora tante belle soddisfazioni ...continua

venerdì 3 dicembre 2010

LA VIOLENZA INDICIBILE DEL CRIMINE COMUNE

Giancarlo De Cataldo, scrittore e magistrato, legge lo stato di salute delle nostre comunità attraverso i suoi delitti: «Dietro il crimine c’è sempre un deficit culturale, la mancanza inquietante di mezzi di emancipazione»


di Mario Tirino


La provincia tranquilla non è per niente tranquilla. Per scoprirlo basta leggere le cronache locali, che riportano con dovizia di particolari episodi di cronaca nera a decine: omicidi, delitti passionali, misteriosi crimini, indagini finite sull’immancabile binario morto. E quindi dolore, incredulità, sento di impotenza. Qualche volta rassegnazione. No, la provincia non dorme sonni tranquilli. Ma spesso non gode della morbosa ribalta che i media nazionali riservano a storie come quella di Cogne, Perugia, Avetrana. E delle sue inquietudini, dei suoi “mostri”, dunque, si discute a bassa voce solo nei bar di paese. Per parlarne finalmente a viso aperto, Fresco di Stampa ha scelto Giancarlo De Cataldo, talentuoso scrittore e severo magistrato che ha trattato migliaia di casi, dai delitti familiari alle complesse indagini sulle mafie: in questi giorni è di nuovo in libreria con l’epopea risorgimentale I traditori (Einaudi).
In una regione afflitta dalla macrocriminalità come la Campania, avvengono crimini comuni di un’efferatezza incredibile. C’è un legame tra la sottocultura camorrista e i delitti ordinari?
Paradossalmente, di fronte all’efferatezza di alcuni crimini comuni, capita di rimpiangere le grandi organizzazioni criminali. I crimini familiari sono pervasi da una violenza tremenda, prodotta da anni di tensioni sotterranee incomprensibili, laddove i crimini di mafia sono più agevoli da decifrare, guidati come sono da una logica di predominio economico. Dietro l’omicidio individuale c’è invece un percorso di sofferenza portato a compimento.
Quale caso, tra quelli che hanno coinvolto la criminalità campana, ha maggiormente attirato la sua attenzione?
Ne cito due. Mi ha colpito molto il racconto di un uomo che aveva ucciso per fare un favore ad un’altra persona, alla cui richiesta aveva risposto con un serafico «che problema c’è?». Un’altra vicenda concerne un omicidio commissionato a Napoli, ma commesso a Roma, da due killer. Due ragazzi intelligenti, che in seguito si sono pentiti, ma che allora andarono a commettere quest’omicidio senza una lira in tasca, avendo con sé solo qualche gettone telefonico per comunicare a chi di dovere l’avvenuto compimento della missione. Questo conferma che dietro il crimine c’è spesso un inquietante deficit culturale, la mancanza totale di mezzi di emancipazione.
Qualche sera fa, Mario Calabresi, direttore de “La Stampa”, ha affermato in tv che, sfogliando gli archivi del suo giornale, si è reso conto che il livello di ferocia nella società contemporanea non è superiore a quello dei decenni passati. È d’accordo con questa tesi?
Sia lodato Calabresi. Balzac ha fissato le leggi eterne del crimine: l’oro e la passione, da cui deriva ogni crimine, l’omicidio politico, quello terroristico e anche quello di matrice psichiatrica, che altro non è che una passione malata.
Se è così, quanto influisce effettivamente la presenza ossessiva dei media nelle nostre vite sulla percezione di sicurezza sociale?
Una ricerca dell’Osservatorio europeo sulla sicurezza ha messo in relazione statistiche sui delitti, lo spazio riservato ad essi dai media e la percezione sociale tra un campione di cittadini. Ne è emerso che la percezione segue la propaganda, non la realtà: l’insicurezza percepita cresce se la tv ne parla più a lungo, anche quando, in realtà, i delitti scemano.
Quanto conta la carenza di lavoro nell’alimentare l’aumento di omicidi e, in genere, di crimini, specie nelle province di Napoli e Caserta?
Si arriva al crimine per una somma di fattori. Ma quando muore un intero apparato industriale (come a Bagnoli e Ponticelli), con la cultura del lavoro e le interazioni sociali che lo caratterizzano, si assiste alla dismissione – per citare l’omonimo libro di Ermanno Rea – non di una fabbrica, ma della città stessa. E si lasciano spazi enormi per l’agire della criminalità organizzata...continua