venerdì 5 novembre 2010

QUI CI VUOLE UNA SPINTARELLA…

Il sistema clientelare ammazza la competitività e la meritocrazia. Eppure sembra l’unica chance in Campania per ottenere un lavoro decente


di Lina Pasca


Spetta alla Campania la maglia nera della disoccupazione con oltre il 20% dei senza lavoro. L’allarme arriva dalla Cgia, associazione artigiani e piccole imprese di Mestre, che ha calcolato i valori della situazione occupazionale utilizzando un ulteriore indicatore, quello dei cosiddetti inattivi. In tal modo ha ridefinito il tasso della disoccupazione reale in Campania, aggravando di 6 punti percentuali la stima del dato Istat che era del 14,3%.
«Le persone che non cercano più lavoro sono in continua crescita – afferma Giuseppe Borolussi, segretario della Cgia – e determinano un fattore di errore nella stima in quanto non rientranti nelle categorie di occupati o in cerca di occupazione». Gli “sconfortati” sono tra quelli che non trovano occupazione né attraverso i canali ufficiali – i centri per l’impiego o i concorsi pubblici – né attraverso il para-sistema del clientelismo. Nel secondo caso ciò è possibile o perché si è tra gli ultimi esseri umani ad avere una morale, o perché non si hanno le conoscenze giuste.
Una volta la chiamavano raccomandazione, oggi, nell’era post-tangentopoli, bandita dal dizionario la vetusta parola da Prima Repubblica mazzetta, la si usa definire “sistema clientelare”. Esso rappresenta il male oscuro del nostro Paese, più pericoloso forse della stessa crisi. «Il Nord è efficiente, il Sud è clientelare – ha dichiarato Ignazio Marino, senatore del Pd, presidente della Commissione parlamentare per l’efficienza del Servizio sanitario nazionale – ed è per questo che bisogna commissariare le Regioni». Marino ha illustrato come in Campania la sanità pubblica sia stata spesso considerata un luogo di occupazione clientelare, dove l’amicizia con il politico di riferimento ha prevalso sul merito: «I Direttori generali sono stati valutati non su base meritocratica – continua il senatore – ma nominati sulle basi delle appartenenze partitiche». Se non parliamo di redditi da 100 mila euro in su, ma della neo-diplomata contabile alla ricerca di un posto anche da addetta alle fotocopie, o del praticante avvocato laureato con tanto di lode, cambiano le forme e gli stipendi ma i contenuti restano gli stessi. Il problema è trovare lavoro e se ciò significa affidarsi al “mani in pasta” del momento, ben venga anche questo. Meglio ancora se si è sotto elezioni: una cena con l’amministratore locale, magari con la partecipazione di un candidato alla Regione, più il parente del facoltoso imprenditore, e forse si riesce finalmente a prendere il posto. Il clientelismo diventa dunque l’alternativa, una sorta di ammortizzatore sociale, di male minore condiviso: «L’importante è portare a casa la pagnotta – dichiara Nando, fisioterapista specialista in tecniche di riabilitazione, impiegato presso un centro privato dell’Aversano –. Sì, è vero, una mano mi è stata data. Ma sono contento di averla chiesta. Se non fosse così, ora starei ancora a casa con mammà, invece a giugno del prossimo anno potrò finalmente sposarmi dopo dieci anni di fidanzamento. E poi l’importante è non rubare!».
Continuiamo la nostra indagine tra persone in cerca di occupazione o neo-assunte, tutte comunque con un livello di scolarizzazione medio-alta, e ci imbattiamo in Ilaria: «Mi sono laureata col massimo dei voti in Architettura già da cinque anni e ho frequentato più di un master presso gallerie d’arte di mezz’Europa. Ora lavoro in uno studio ad Aversa, lo stipendio è basso ma almeno ho iniziato. Se non fosse stato per l’amico di mio zio, starei ancora a far domande». Il colloquio con Ilaria si fa più intenso quando le chiedo se ha mai pensato di spostarsi al nord: «Cosa devo fare – si oppone la ragazza – abbandonare una madre anziana e un papà invalido per guadagnare non tanto, ma ciò che mi spetterebbe? Purtroppo non posso, devo accontentarmi di ciò che mi danno qui, ma quel politico si sta già impegnando per farmi aumentare lo stipendio o per trovarmi un altro posto»...continua

«NON SIAMO NOI AD ELEGGERLI»

Sandro Ruotolo, giornalista di “Anno Zero”, traccia il quadro del degrado della politica e del trasformismo elevato a sistema. Ma il Sud non rappresenta un caso particolare


di Pier Paolo De Brasi


Il vecchio male della politica italiana è duro a morire. Centocinquant’anni di unità non lo hanno scalfito, anzi oggi sembra più giovane che mai. Perché il trasformismo ritrova vigore nella politica di questo inizio millennio, ipocrita, malsana, fatta di figuranti che si atteggiano a prime donne. Ne parliamo con il noto giornalista di “Anno Zero” Sandro Ruotolo, tentando di scorgere bagliori di speranza e ottimismo.
Ruotolo, forse la domanda è banale e scontata, ma qual è la differenza tra i trasformisti di ieri e quelli di oggi?
Innanzitutto non siamo noi ad eleggere questi signori. Non ci sono più le preferenze e non ci sono più neanche i partiti, come li abbiamo conosciuti dal dopoguerra in poi. Solo la Lega assomiglia a un partito vecchio stampo, fatto di militanti presenti sul territorio. C’è sempre l’escamotage di dire che si rappresenta il popolo anche in un sistema maggioritario senza preferenze. Ma è chiaro che chi cambia casacca non ha l’impressione di tradire l’elettore. Adesso si aderisce prima al gruppo misto, per poi passare dall’altra parte. È inaccettabile, da un punto di vista etico e morale. Manca la politica con la “p” maiuscola.
Chi cambia casacca spesso è un politico di basso livello. Lo fa anche per uscire dall’anonimato e avere il suo momento di gloria?
Non c’è dubbio. Ma ci sono altri casi di politici di bassa qualità. La Lega ha un ricambio generazionale molto forte. Diventano capigruppo dei signor nessuno che però contano molto sul territorio. Nel Pdl invece, tra veline e massaggiatrici, i parlamentari non contano nulla e votano solo per ratificare ciò che ha deciso il capo. Oggi mancano dei passaggi fondamentali nella vita di un politico giovane, ma che è già arrivato in Parlamento. Non inizi, come si faceva una volta, attaccando i manifesti per strada o partecipando attivamente al congresso e alla vita di sezione. Questo si può trovare solo nella Lega e, in alcune zone, nel Pd.
Il carisma e la personalità di un leader, che si chiami Silvio Berlusconi, Umberto Bossi o chiunque altro, serve per attirare un politico da un partito a un altro?
Detto molto tra virgolette, la Lega è un partito leninista. Presenza assidua sul territorio e leader indiscutibile. Dall’altra parte c’è la figura carismatica e televisiva che ha noia della politica. Berlusconi definisce teatrino della politica la partecipazione e la discussione, anche aspra, che alla fine porta al consenso. La vicenda di Gianfranco Fini è emblematica. Il dissenso non è accettato. Dopodiché, quando la politica diventa lobby, cricca, si sta sempre con chi garantisce di più la casta, chi ti promette la rielezione sicura.
È solo un caso il fatto che, chi cambia partito, il più delle volte proviene dal Sud?
Non farei la semplificazione del meridionale che si schiera con il vincente di turno. Certo, Clemente Mastella è un esempio che racchiude in sé questo concetto, ma il trasformismo è un fenomeno molto più ampio. Ci sono stati anche dei parlamentari del nord che hanno cambiato casacca per scopi di poltrona. Penso a Lamberto Dini e ancora di più a Carlo Giovanardi, che è di Bologna. Al contrario, ciò che sta avvenendo in Sicilia mi sembra abbia una dimensione politica più importante. Da una parte Gianfranco Micciché, che si stacca dal Pdl per andare contro Angelino Alfano e Renato Schifani. Gruppi di dirigenti che, nel momento in cui la politica è meno alta, si fanno la guerra tra di loro. Dall’altra Raffaele Lombardo, i finiani e il laboratorio politico con il Pd...continua

ECCO LA CARD ANTIRACKET

Tano Grasso lancia in tutta Italia la sua proposta di una certificazione per aziende ed esercizi commerciali liberati dal pizzo. Una buona idea per invertire la rotta


di Mario Tudisco


Una card antiracket per invogliare i consumatori a fare le loro compere solo negli esercizi commerciali che pubblicamente ammettono di non voler pagare il pizzo a nessuna delle associazioni criminali operanti in Italia e all’estero. Tano Grasso, presidente del Far (Fronte antiracket) è in tour in tanti centri del Meridione sia per esporre il progetto che è alla base della card, sia per continuare a sensibilizzare gli imprenditori a ribellarsi a ogni forma di estorsione.
«Questa carta particolare serve a porre le condizioni basilari per creare un circolo virtuoso. Sono i semplici cittadini a optare per un’economia sana scegliendo di spendere presso quei negozi che escludono, in maniera categorica, di poter sottostare a ogni forma di pizzo. O che hanno già denunciato le minacce subite. Immagino che ci vorrà del tempo prima di inculcare bene questo concetto nella testa della gente ma, come testimonia il mio passato e quello dell’antiracket, tante missioni impossibili sono state realizzate».
Dottore Grasso, al centro del dibattito politico c’è una possibile nuova normativa in materia di estorsione, che spacca in due l’opinione pubblica. C’è chi vorrebbe sanzionare penalmente gli imprenditori che non denunciano il pizzo e chi vorrebbe premiarli qualora denunciassero alle forze dell’ordine nomi e cognomi degli estorsori. Qual è il suo parere a tal proposito?
Credo si tratti di due ipotesi entrambe errate. Da un lato, si è visto già che neanche le accuse di favoreggiamento riescono a indurre commercianti e imprenditori a denunciare pubblicamente gli estorsori. Figuriamoci, dunque, se un tale effetto possa essere indotto dalla semplice minaccia di una sanzione penale. Dall’altro canto, favorire coloro che denunciano il racket significa esporli maggiormente a possibili ritorsioni. Una cosa, infatti, è che un imprenditore vada in un’aula di Tribunale e indichi un suo estorsore, il quale penserà, realisticamente, di subire un incidente di percorso nella sua mala-attività e si metterà l’anima in pace. Ben altra cosa, invece, sarebbe il caso in cui l’estorsore sappia che chi lo sta accusando non difende solo gli interessi legittimi della sue attività ma che, in qualche modo, trarrà vantaggi di ogni genere dall’atto di accusa che sta facendo. Ebbene, in casi come questi mafia, camorra e ’ndrangheta non perdonano. E i loro associati hanno una memoria lunghissima come quella degli elefanti.
In che modo, dunque, si può tentare di arginare questo fenomeno inquietante?
Io penserei ad almeno due ipotesi che mi sembrano estremamente efficaci. La prima: punire coloro che non denunciano le estorsioni con l’esclusione di queste ditte o società, per tre anni, da tutti gli appalti pubblici. Guardi bene che se entrasse in vigore una normativa del genere non si potrebbero ripetere quei grandissimi scandali economici che si chiamano autostrada Salerno-Reggio Calabria o ricostruzione post terremoto in Campania. Alla fine, tutte le grandi imprese sarebbero costrette a vuotare il sacco per evitare il loro crollo in borsa. La seconda ipotesi sensata è, per l’appunto, quella della card antiracket, che potrebbe mettere in rete tutti gli operatori economici dando loro la giusta visibilità e, soprattutto, la fiducia degli italiani onesti e perbene che restano, sine dubio, la stragrande maggioranza della nostra nazione...continua

venerdì 1 ottobre 2010

L’EMERGENZA È ANCORA QUI

Raccolta dei rifiuti bloccata in gran parte del territorio, impianti e siti insufficienti, comuni indebitati. Il rischio concreto di una nuova paralisi


di Antonio Puzzi e Vincenzo Viglione


Superata la stagione estiva, consueto teatro degli episodi più eclatanti inerenti
la questione rifiuti, gli scenari che vanno ora delineandosi per Napoli e Caserta sembrano tutt’altro che incoraggianti. A partire dal capitolo occupazione.
Sono già 167 i lavoratori licenziati dalla gestione consortile casertana e altri 424 a rischio cassa integrazione. Così, negli ultimi mesi, i dipendenti del Consorzio Unico di Bacino di Napoli e Caserta hanno, a più riprese, incrociato le braccia contro il mancato pagamento degli stipendi, mandando in tilt la macchina della raccolta. Mancanza di liquidità alla quale si somma la carenza, ormai cronica, di impianti necessari al completamento del ciclo integrato. Carenza che si traduce, a sua volta, in un ulteriore aggravio di spesa. Basti pensare ai 200 euro per tonnellata che si spendono per il trasporto fuori regione della frazione umida, stimata, nelle recenti Linee di piano regionali 2010-2013 per la gestione dei rifiuti urbani, in circa 2.500 tonnellate al giorno, per un ammontare complessivo che sfiora i 500mila euro quotidiani.
Questi, e non solo, i fattori che hanno spinto nel luglio scorso gli amministratori provinciali a chiedere il rinvio dell’entrata in vigore della legge 26/2010, che fissa il termine per il passaggio dall’attuale gestione consortile a quella provinciale dei rifiuti al primo gennaio 2011.
«Sarebbe sufficiente una proroga di sei mesi – spiega Umberto Arena, assessore all’Ambiente della Provincia di Caserta – per consentire l’ultimazione della discarica di Maruzzella 3 nel Comune di San Tammaro e l’avvio dei lavori di realizzazione di un impianto per il trattamento del percolato e captazione del biogas, aspetti questi tra i più delicati della fase di smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Per quanto riguarda il discorso raccolta – prosegue l’assessore Arena – parliamo di un ambito che al momento non è di stretta competenza provinciale, ma che fa capo ai singoli comuni tra i quali, sul fronte raccolta differenziata, si registrano numerose eccellenze che rappresentano l’orgoglio del nostro territorio, come nel caso di Camigliano, alle quali però si contrappongono numerosi casi in cui la macchina non è altrettanto efficiente e sui quali si sta lavorando».
Lavoro, quello relativo alla raccolta differenziata, sul quale, come sottolineato dai responsabili di associazioni e comitati di cittadinanza attiva, occorre investire la maggior parte delle risorse disponibili, se si vuole raggiungere gli obiettivi sanciti dalla legge 123/2008, che fissa il limite minimo del 35% di raccolta differenziata entro la fine di quest’anno e del 50% entro il 2011.
I rischi per una nuova paralisi si fanno, intanto, ancora più concreti. È risultata vera la notizia secondo la quale “Enerambiente”, società subappaltante di Asia, avrebbe bloccato la raccolta dei rifiuti dalle strade di Napoli, in quanto creditore di oltre 13 milioni di euro. I roghi di quest’estate nel comprensorio giuglianese hanno, poi, spinto le istituzioni a mobilitarsi. Il sindaco di Qualiano, Salvatore Onofaro, ha chiesto al nuovo Prefetto di convocare i primi cittadini dell’area, per discutere soluzioni efficaci, mentre Salvatore Perrotta, sindaco di Marano, ha invocato più poteri per affrontare la questione. A Giugliano, invece, l’amministrazione comunale è laconica: «Si tratta di un fenomeno vecchio e contro il quale non abbiamo strumenti per agire. La priorità ora è la bonifica del territorio». Il gruppo del Pd al Consiglio comunale ha, però, presentato un’interpellanza e si prepara ad organizzare una festa per l’ambiente. Con il passaggio dalla gestione regionale a quella comunale di otto ettari a Napoli Est è stato, intanto, impresso un colpo d’acceleratore alla costruzione del termovalorizzatore...continua

GENERAZIONE CASERTA

Nasce nella nostra provincia il movimento che ha sostenuto Gianfranco Fini nello strappo con Berlusconi. Protagonisti i giovani militanti di An e il web


di Paolo Esposito


«Nasce il primo aprile, ma non è uno scherzo». È solo il 29 marzo, ma il sito internet di Gianmario Mariniello, consigliere comunale di Aversa e segretario particolare dell’onorevole Italo Bocchino, lancia in anteprima la notizia della costituzione di Generazione Italia. Solo qualche giorno dopo sarà lo stesso Bocchino, dalle colonne dell’omonimo web magazine diretto dallo stesso Mariniello, a precisare che non è un partito e non è una corrente: si tratta di qualcosa di più ambizioso e ha come obiettivo quello di aggregare giovani generazioni e stimolare un dibattito.
«Il movimento Generazione Italia, associazione nata per iniziativa di Gianfranco Fini, veniva alla luce appunto come un laboratorio di idee di ispirazione liberale, le cui parole d’ordine dovevano essere militanza, partecipazione e forza di volontà». A parlare è Luigi Di Gennaro, 30 anni, responsabile di Generazione Giovani, movimento giovanile legato a GI e portavoce dell’onorevole Bocchino, col quale condivide tra l’altro lo stretto legame con la sua terra, Frignano. Lo raggiungiamo proprio nel corso principale del paese, è da poco rientrato da Roma dopo un intenso mese di battaglie politiche e tutti lo fermano per chiedergli della nuova avventura. «Sei finiano ora, vero?», gli chiede un amico al bar. «Berlusconi sta facendo di tutto per allontanare Fini», lo stuzzica ridendo un vecchio amico di famiglia. Poco distante da casa sua un circolo del Pdl e a due passi anche quello dell’Udc.
Generazione Italia come aggregatore sociale? «Sì, uno strumento per avvicinare persone nuove, con particolare attenzione a queste realtà spontanee che sono la linfa vitale del nostro futuro. L’impostazione non vuole essere quella di un partito, non a caso abbiamo introdotto uno strumento innovativo, quello dell’iscrizione online, per disincentivare la politica vecchio stampo della vendita di pacchetti di tessere». Siamo al 29 aprile, giorno del primo scontro Fini-Berlusconi. Bocchino rassegna le proprie dimissioni da vicepresidente vicario del gruppo del Pdl alla Camera e dal sito di GI si sfoga contro la gestione del partito.
«È a partire da quella data che abbiamo deciso di lanciare la campagna sul territorio – continua Luigi Di Gennaro – ci arrivavano numerose mail da parte di cittadini delusi che chiedevano di costituire nuclei cittadini e così, nel giro di una notte, abbiamo messo su un regolamento e dopo solo due ore, mentre noi eravamo a Roma, proprio qui a Frignano, su iniziativa di Alfonso Conte, nasceva il primissimo circolo territoriale di Generazione Italia». Oggi ci sono almeno 600 circoli dislocati su tutto il territorio nazionale e un seguito di 14mila persone, Campania in testa, mentre il web magazine del movimento conta 20mila visitatori unici al giorno.
Come si inserisce Generazione Giovani in questo progetto? «È senz’altro il punto di forza della nostra idea, perché bisogna svecchiare i movimenti giovanili e consegnarli nelle mani dei giovanissimi che hanno voglia di impegnarsi in prima persona, anche in un territorio difficile come questo». Un territorio, a detta di Luigi Di Gennaro, in cui fare politica per i giovani è difficile, perché domina la vecchia impostazione del politico di turno che tende a chiudere e a stringere a sé la struttura del partito e a non proiettarla al futuro e soprattutto all’Europa. «Con Gianmario Mariniello veniamo da una lunga esperienza a livello locale, la politica l’abbiamo vissuta, abbiamo imparato ad inventarci le campagne e, forti di quella militanza nell’Agro aversano, abbiamo dato il nostro contributo a livello nazionale proponendo un nuovo modo di intendere la politica»...continua

«MA NON È COLPA DELLA PIOVRA!»

Remo Girone, l’indimenticabile sagoma di Tano Cariddi, commenta le uscite di Berlusconi sulla storica fiction che ha fatto conoscere la mafia nel mondo. Un episodio nella solita storia del potere che vuole mettere sotto controllo la cultura


di Mario Tudisco


Come milioni di italiani abbiamo visceralmente odiato l’uomo che ci troviamo di fronte per l’intervista. D’altronde, non sarebbe stato possibile provare sentimenti diversi nei confronti di Tano Cariddi, il personaggio interpretato dall’attore Remo Girone che, nelle varie edizioni de La Piovra, incarnava il male assoluto. «All’epoca di questa riuscitissima fiction, che è stata poi esportata in mezzo mondo, mi resi immediatamente conto della grandissima popolarità che mi aveva conferito. La gente mi fermava per strada o fuori i teatri – e lo fa ancora oggi a tanti anni di distanza – per dirmi: lei è bravissimo, è un grande attore ma non ce ne voglia, ci sta davvero sullo stomaco! Ma mica è così cattivo anche nella vita privata?». No. Girone – oltre ad essere un attore di grandissima qualità – è un uomo tranquillo e disponibile, che parla a voce bassa, quasi sussurrando le parole. Se vogliamo, però, anche Tano Cariddi difficilmente alzava la voce, soprattutto quando impartiva gli ordini per gli omicidi più terrificanti.
Nonostante il suo grande successo, La Piovra, la fiction mafiosa di cui lei era uno dei protagonisti principali, è stata oggetto di innumerevoli critiche. Ultima – per ora – quella avanzata dal presidente Silvio Berlusconi, che vi accusa di aver dato un’immagine distorta e infelice degli italiani.
Guardi, conosco bene i rilievi mossi da Berlusconi. Ma non posso condividere, neanche minimamente, le sue perplessità sulla Piovra. E ciò, almeno per due valide ragioni. La prima: la nostra fiction, nonostante alcune scene terribili, era quasi una versione edulcorata di Cosa Nostra, che compiva stragi da noi mai simulate. La seconda: ritengo che sia compito degli artisti quello di riportare ciò che accade in un paese, in un determinato periodo storico, senza infingimenti e senza dover chiudere gli occhi sulla amara realtà che noi tutti abbiamo vissuto in quegli anni. E poi, diciamocela tutta, l’immagine di un’Italia mafiosa esisteva nel mondo molto prima della Piovra. Magari con il nostro incredibile successo l’abbiamo involontariamente amplificata. Ma non dobbiamo mai dimenticare i barbari assassini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di tanti altri fedeli servitori dello Stato, uccisi perché indagavano troppo. Non voglio continuare a polemizzare con il leader del Pdl, ma accusarci di aver guastato l’idea della nostra nazione è un’affermazione ingiusta. Se poi mi permette, vorrei ricordare che ci sono stati anche altri illustri precedenti, ugualmente ingenerosi e immotivati, da parte del “potere” nei confronti del cinema italiano.
Ce ne può fare un esempio?
Beh, pochi lo ricordano, ma perfino Giulio Andreotti, che pure non era uso a polemiche o a rimproveri fuori luogo, ebbe da ridire a proposito di Ladri di Biciclette, con motivazioni simili a quelle usate in seguito da Berlusconi: un film che infangava l’immagine del paese. Ma si rende conto: stiamo parlando di un capolavoro del cinema mondiale di tutti i tempi! La Piovra – per l’amor del cielo! – non era un capolavoro del genere. Piuttosto l’avrei definita un prodotto artigianale ben confezionato. Comunque sia, è innegabile che vi sia stato sempre un indebito tentativo di ingerenza da parte di chi comanda nei confronti di artisti, registi e attori. Tentavi, però, fortunatamente andati a vuoto. E, d’altro canto, se La Piovra ebbe tutto quel successo vuol dire che gli italiani l’avevano apprezzata ritenendola, in qualche modo, aderente alla realtà di quegli anni, non crede?...continua

venerdì 27 agosto 2010

DOSSIER CALDORO, IL PDL CAMPANO FA SCUOLA

Ben prima della vicenda della casa di Montecarlo, la fantomatica P3 confezionava una relazione calunniosa sull’attuale presidente della Regione. Con la regia dell’ex sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino


di Lina Pasca e Raffaele de Chiara


«Eviterei la santificazione. Sono un peccatore come tanti, ma non per i peccati che mi attribuiscono». Sorride ironico il governatore della Campania Stefano Caldoro, mentre nella prima seduta del consiglio regionale, dopo la bufera politico-giudiziaria della “P3”, allude al falso dossier sulle sue presunte tendenze omosessuali, che sarebbe stato redatto dal suo compagno di partito e avversario alla candidatura come presidente della Regione Campania Nicola Cosentino. «Ma quell’amico la relazione l’ha portata o no?». È Cosentino a chiederlo al telefono ad Arcangelo Martino, imprenditore legato alla cosiddetta “P3”, la presunta loggia segreta capeggiata dal faccendiere Flavio Carboni e che avrebbe avuto tra i suoi molteplici scopi anche quello di favorire la candidatura di Cosentino in Campania. «La relazione», secondo gli inquirenti, altro non sarebbe che un falso dossier da cui si dovevano evincere le tendenze omosessuali di Caldoro, peccato imperdonabile secondo le valutazioni di Cosentino, all’epoca dei fatti sottosegretario all’Economia e coordinatore regionale del Pdl. Di quel dossier se ne è persa traccia, il candidato vincente alla fine è risultato essere Caldoro e l’unico strascico di quella storia, fino all’intervento della magistratura, è un documento comparso su un blog, poi oscurato, che faceva riferimento all’esistenza di quel contenuto. «Non finisce così, non finisce qua, anche Nicola lo sa». Lo afferma il presidente della Regione Campania, riferendosi a Cosentino e ai falsi dossier su frequentazioni di transessuali che sarebbero stati costruiti su di lui. «Esistono delle dinamiche interne – commenta Caldoro – per le quali nessuno è sicuro di potere andare avanti». E se per il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi i vertici della presunta loggia “P3”, che avrebbero tramato contro il suo candidato a presidente della Regione Campania, «sono solo quattro pensionati sfigati», Caldoro si dice curioso di sapere chi c’è dietro, chi diede le carte su di lui a Denis Verdini (uno dei coordinatori del Pdl e anch’egli coinvolto nella medesima inchiesta, ndr). Una curiosità che lui stesso è “obbligato” a smorzare: «Quando il rapporto è intermediato dalla politica – dichiara – certe curiosità devi controllarle. In ogni caso – continua Caldoro – non penso che i napoletani credano a questa roba». Alle accuse di aver in qualche modo pilotato il dossier, Cosentino risponde di aver agito quasi da “infiltrato” «per capire a quali rischi poteva essere esposta la campagna elettorale del Pdl e del suo candidato presidente». Ha poi aggiunto che «i rapporti tra lui e Caldoro non devono essere a tutti i costi buoni sul piano personale, ma di corretta interlocuzione istituzionale». Affermazione quest’ultima che non è piaciuta al leader di “Generazione Italia” Italo Bocchino, secondo cui tra Caldoro e Cosentino non vi può essere nemmeno un accenno di dialogo. «Dopo ciò che ha fatto Cosentino ai danni di Caldoro – dice Bocchino – il presidente della giunta regionale dovrebbe interrompere, da subito, ogni rapporto. Non dovrebbero neanche salutarsi, altro che interlocuzione istituzionale. Cosentino – conclude Bocchino – è un ostacolo oggettivo al funzionamento della giunta regionale». Ma il numero due di “Futuro e Libertà” va oltre, aggiungendo che «dopo l’estate Cosentino sarà costretto a lasciare il suo posto di direzione del Pdl campano e, in quel caso, avremo finalmente un coordinatore che andrà d’accordo con Caldoro. Aspettiamo che Berlusconi e i vertici di partito intervengano per rimuoverlo. È impensabile che Caldoro possa governare avendo come interlocutore il responsabile del principale partito di maggioranza che ha lavorato con notizie false e denigranti per eliminarlo dalla competizione elettorale...continua