mercoledì 1 giugno 2011

SCUOLA, IL NUOVO ESODO DEI PRECARI

Napoli e Caserta non lasciano nessuna speranza ai tanti docenti in attesa di assunzione. Mentre gli istituti annaspano nella quotidiana lotta per quadrare i conti


di Luisa Smeragliuolo Perrotta

Inizia giugno e iniziano i conti e le trepidazioni dei docenti precari e del personale Ata che, all’inizio del mese, hanno aggiornato la loro posizione nelle graduatorie cosiddette ad esaurimento, per il biennio 2011-2013, trasformato in triennio dal “Decreto sviluppo” del 05/05/2011.
Quanti si saranno traferiti nelle province di Napoli e Caserta dopo aver maturato un buon punteggio in qualche provincia del centro-nord? Quanti avranno un punteggio superiore perché hanno svolto più supplenze oppure hanno lavorato in una scuola paritaria? Senza troppi colpi di scena, è certo che, a conti fatti, quando sarà pubblicata la graduatoria, probabilmente ad agosto, aumenterà il personale precario che Napoli e Caserta avrà dovuto lasciarle. Due province dense per popolazione scolastica, eppure inginocchiate dai tagli, che le hanno particolarmente colpite negli ultimi due anni, riducendo gli organici e affollando le classi.
Per molti precari la scelta di lasciare la Campania è obbligata: il personale Ata e i docenti che nel 2007 avevano deciso di iscriversi in una di queste graduatorie, già di per sé affollatissime, dalle prime manovre del Governo Berlusconi, nel 2008, hanno cominciato a lavorare sempre meno, perdendo ogni speranza nella possibilità di ricevere la stabilità intravista dal piano di immissioni in ruolo del Governo Prodi.
Le province maggiormente gettonate per il trasferimento dei docenti meridionali risultano Milano e Torino e le “intasate”, secondo le statistiche, Roma e Firenze. In Campania sono ancora lunghe le liste di chi attende l’assunzione, dopo aver superato l’ultimo concorso pubblico nella scuola, nel 1999: ogni anno si dovrebbe assorbire il 50% dalle graduatorie del concorso e l’altra metà dalle graduatorie provinciali ad esaurimento, in base ai posti in organico disponibili, ma da due anni le assunzioni sono letteralmente bloccate in tutto il Paese, eccetto per le graduatorie del sostegno e della scuola dell’infanzia, per cui c’è stato un piccolo numero di assunzioni. Quali sono le conseguenze reali sul funzionamento della scuola pubblica negli ultimi due anni? In molte scuole delle province di Napoli e Caserta diverse classi sono state prive di docenti, per settimane o addirittura per mesi, poiché le scuole non avevano soldi per pagare i supplenti (è recente la notizia degli stipendi anticipati ai professori con i soldi versati per le gite in un liceo della Brianza); pochi sono stati i precari pagati con regolarità, ma in generale raccontano di un pagamento procrastinato di mese in mese; quotidianamente è capitato che le classi siano state prive di sorveglianza, quando nemmeno i docenti di ruolo bastavano, con il loro straordinario, a sostituire un docente assentatosi per malattia...continua

venerdì 6 maggio 2011

L'ISOLA INFELICE DEI COMUNI

Stretti tra i tagli di spesa, i vincoli del Patto di stabilità e la scarsa autonomia su materie fondamentali, i primi cittadini lamentano una difficoltà crescente: «A volte siamo soli come cani»


di Mario Del Franco

«È stato proprio nei momenti di maggiore difficoltà, ad esempio durante le numerose crisi dei rifiuti, che io, come sindaco, mi sono davvero sentito solo come un cane». Domenico Ciaramella, da nove anni sindaco di Aversa e membro del comitato direttivo dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) regionale, riassume con estrema efficacia le condizioni pratiche e politiche in cui si trovano attualmente ad operare in generale gli amministratori locali e, in particolare, i sindaci. Primi cittadini che sono e si sentono sempre più soli, schiacciati dai pesanti tagli delle risorse destinate agli Enti locali e stretti nella morsa dei vincoli finanziari imposti al bilancio dei comuni dal Patto di stabilità di matrice europea.
«È evidente la giustezza e la necessità del Psi (Patto di stabilità interna) in ambito nazionale e sovranazionale – prosegue Ciaramella – ma il rispetto dei parametri previsti da tale Patto si traduce troppo spesso, sul piano locale, in una pressoché totale interdizione dei poteri del sindaco: a causa del tetto di spesa, una giunta comunale, pur avendo i bilanci in ordine, non può decidere lo stanziamento di fondi per potenziare i servizi sociali, i trasporti, o per investire in progetti culturali. Inoltre, il blocco delle assunzioni approvato con l’ultima finanziaria impedisce persino di accrescere l’organico degli uffici comunali laddove lo si ritenga necessario: in tali condizioni è evidente come l’autonomia del primo cittadino nell’amministrazione del proprio comune risulti pesantemente inficiata».
Il peso politico derivante dalle condizioni di difficoltà in cui versano i comuni ricade, inoltre, interamente sugli amministratori, come lamenta Lucio Santarpia, sindaco di Frignano e parimenti membro del comitato direttivo dell’Anci: «Veniamo troppo spesso travolti da decisioni prese ben al di sopra delle nostre teste, nel definire le quali non abbiamo in realtà alcuna voce in capitolo, ma che determinano situazioni di grave disagio nei territori da noi amministrati. Nel far fronte all’annosa questione rifiuti, ad esempio, i singoli comuni campani hanno ristretti margini di autonomia, dovendo necessariamente operare riuniti in consorzi provinciali e secondo le direttive imposte dal Commissariato di Governo: ma quando vi sono cumuli di rifiuti ai bordi delle strade, è naturale che un cittadino tenda a rivolgere la propria indignazione direttamente contro chi amministra la propria città, che deve dunque rispondere di misure adottate da altri»...continua

GIUSTIZIA LUNGA O NIENTE GIUSTIZIA…

Reazioni opposte, in Campania,sul processo breve, che cancellerebbe con un colpo di spugna i provvedimenti giudiziari contro i “signori dell’immondizia”


di Francesco Falco

Il processo per il rogo alla Thyssenkrupp di Torino, quello per i crolli nel terremoto a L’Aquila, la strage di Viareggio, il crac Parmalat; e poi ancora Calciopoli (la denuncia è del presidente del Tribunale di Napoli, Carlo Alemi, ndr) e chi più ne ha più ne metta, nella lista di procedimenti che hanno negli ultimi anni destato scandalo nell’opinione pubblica.
Alcuni di questi, verosimilmente, non si concluderanno a causa della famigerata “prescrizione breve”, una ghigliottina che potrebbe decapitare il processo ai danni dell’ex governatore Antonio Bassolino e che vede imputati i vertici di Impregilo, quello sul cosiddetto “scandalo rifiuti”. Tommaso Sodano, ex senatore di Rifondazione comunista e autore con Nello Trocchia de La peste, è impegnato da anni con denunce ed esposti proprio sullo scandalo in questione.
«Troncare il processo sui rifiuti – esordisce l’attuale consigliere provinciale di Napoli – avrebbe un impatto devastante: pensiamo ai miliardi di euro sperperati, agli scandali di questi anni, sarebbe davvero una batosta insopportabile. Io, davvero, non ho parole: sono stati anni di lotte e di denunce, la prima sporta nel 2003, e dopo otto anni non avere la possibilità di sapere se queste denunce sono fondate o meno sarebbe una sconfitta per la democrazia, un ulteriore danno per le popolazioni, per l’ambiente e il territorio».
La magistratura ha rappresentato, in questi anni, l’unico potere dello Stato determinato a fare chiarezza sull’affaire rifiuti? «Assolutamente sì – continua Sodano – è stata l’unica frontiera della legalità.
In Italia il fatto che ci sia insoddisfazione per il cattivo funzionamento della magistratura viene addebitato ai magistrati. Mancano i cancellieri, manca la carta, e provano a convincere cittadini che esiste il problema della giustizia, quando c’è invece un’aggressione a un potere dello Stato che vorrebbe riportarci a periodi bui. Peraltro, la richiesta di passare ad altre funzioni, presentata da Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo – i due magistrati del processo sui rifiuti – rappresenta un segnale inquietante, se non proprio un segno di cedimento»...continua

TENDE DEL DOLORE E DELLA SPERANZA

Santa Maria Capua Vetere ha accolto con dignità i primi 1200 profughi maghrebini destinati al campo. Ma dopo il primo contingente ne è arrivato un altro. E ora la tendopoli rischia di diventare un presidio permanente


di Stefano Crupi

La strategia sembra essere sempre la stessa: mettere il problema dove nessuno può vederlo, accantonarlo, nasconderlo. Per poi, davanti alle telecamere, vantare successi strepitosi e risultati ineccepibili. Anche nell’affrontare l’emergenza immigrati il governo italiano non si è smentito: segregati nell’ex caserma “Andolfato” di Santa Maria Capua Vetere, i circa 1200 profughi, sbarcati a Lampedusa sulla scia delle sollevazioni popolari che stanno sconvolgendo il nord Africa, sono come scomparsi agli occhi dell’opinione pubblica.
Durante i primi giorni della loro lunga permanenza nella tendopoli, nessuno scambio con l’esterno è stato consentito: persino alla senatrice Anna Maria Carloni, che intendeva sincerarsi sulle condizioni interne del campo, non è stato permesso l’accesso. E per quale ragione? «Disposizioni sanitarie», rispondevano i responsabili.
Col passare dei giorni, però, la scusa delle disposizioni sanitarie non ha retto più: si è capito che il governo stava solo prendendo tempo, alle prese con una discussione al suo interno che rischiava di incrinarne la stabilità. Dopo il voltafaccia di tutti gli altri paesi europei, l’Italia si ritrovava ad affrontare da sola il problema di questa invasione pacifica ed improvvisa, che non poteva certo essere risolta con il «fora de bal» sancito da Umberto Bossi e dalla Lega.
L’allestimento affidato alla Croce Rossa è risultato perfettamente in grado di adattarsi con rapidità all’emergenza: inizialmente predisposto ad accogliere ottocento persone, con cento tende da otto brande ciascuna, è stato ampliato per più della metà nel giro di poche ore. Ai volontari è stata affidata la direzione amministrativa del campo e l’assistenza. «Abbiamo impiegato più di cento persone – dice Francesco Cimmino, referente per la comunicazione della Croce rossa italiana Campania – con quaranta operatori fissi per volta, organizzati in turni. Accogliere un numero maggiore di persone ha comportato solo un adeguamento delle strutture, che in ogni caso eravamo già pronti ad affrontare». L’attività dei volontari è stata quindi tutta tesa a rendere il più confortevole possibile il soggiorno obbligato dei profughi nordafricani: tre pasti al giorno, distribuiti in tre grandi tende capaci di ospitare fino a quattrocento persone, la possibilità di utilizzare bagni allacciati alle fognature e provvisti di docce, visite mediche da parte dei sanitari dell’Asl con due presidi, uno fisso ed uno mobile. Un carico di vestiti contraffatti, sequestrati dalla Guardia di Finanza, è stato destinato ai profughi. «Ad un certo punto – racconta Cimmino – si è sparsa la notizia di cibo avariato distribuito agli immigrati. In realtà si trattava semplicemente di cibo condito con aceto, pietanza che in Tunisia e in Marocco non si è soliti usare.
Tengo a precisare che le persone ospitate e i volontari mangiano esattamente le stesse cose»...continua

venerdì 1 aprile 2011

ITALIA UNITA, MA SOLO SULLA CARTA

Dopo centocinquant’anni di storia, il baratro tra Nord e Sud sembra diventato più profondo. Dall’economia al lavoro, dai diritti alla rappresentanza politica il Bel Paese presenta più differenze che continuità. Se non fosse per la criminalità organizzata, che non conosce frontiere


di Raffaele de Chiara


Centocinquant’anni di unità nazionale, eppure il Nord e il Sud dell’Italia continuano a viaggiare su binari paralleli e, spesso, totalmente divergenti.
«Nelle istituzioni, così come nella società, deve crescere la consapevolezza che il divario tra il settentrione ed il meridione debba essere corretto». A lanciare l’allarme, nel 2009, durante la presentazione a Roma del rapporto Svimez (associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) relativo al 2007 sullo stato dell’economia meridionale, fu Giorgio Napolitano.
Proprio allora il presidente della Repubblica tenne anche a sottolineare come le differenze tra un Nord ricco e sviluppato e un Sud in perenne affanno fossero «un caso unico in Europa».Secondo i dati di quel rapporto le regioni meridionali risentivano di un’economia strutturalmente fragile e non in grado di tenere il passo di quelle settentrionali. A due anni di distanza nulla o quasi è cambiato. Per rendersene conto basta guardare gli ultimi dati pubblicati nel 2010.
Il prodotto interno lordo per ogni singolo abitante delle regioni del Sud è di 17.317 euro, pari al 58,8% del Centro-Nord, dove si registra invece 29.449 euro ciascuno. Su base regionale la Campania, con una diminuzione del 5,4%, è la seconda regione del meridione dopo l’Abruzzo, che ha fatto segnare un maggiore abbassamento del Pil.
Non va meglio se si analizzano i singoli settori: dall’agricoltura all’industria passando per il terziario, le regioni meridionali rispetto a quelle del Nord registrano un gap costante mai del tutto colmato. Emblematiche le conclusioni del rapporto: «Nel periodo 2000-2008 il Mezzogiorno è cresciuto la metà del Centro-Nord. Dal dopoguerra non si era mai verificata una così lunga interruzione del processo di crescita tra le due aree.
La forte contrapposizione tra Nord e Sud oggi rischia di allargare il divario e ostacola la ripresa economica nazionale». Divisi in ambito economico, non va certo meglio in politica dove la presenza di ministri meridionali nelle poltrone che contano è davvero scarsa, se non inesistente. I tempi in cui nei palazzi del potere sedevano, a cavallo degli anni ’80 e ’90, i vari Ciriaco De Mita, Paolo Cirino Pomicino prima e Antonio Bassolino poi, rispettivamente presidente del Consiglio, ministro del Bilancio e del Lavoro, sono lontani. Fatta eccezione per uno sparuto nugolo di ministri senza portafoglio – Mara Carfagna alle Pari Opportunità, Gianfranco Rotondi all’Attuazione del programma di Governo ed Elio Vito ai Rapporti con il Parlamento – la Campania ed il Sud sono totalmente assenti dalla compagine governativa.
Un’Italia unita soltanto sulla cartina geografica è una percezione non solo degli italiani, ma anche dei cittadini stranieri che in Italia ci vivono soltanto per periodi medio-lunghi. Secondo un’indagine condotta da Intercultura, ben il 76,5% degli studenti stranieri che si trovano nel nostro Paese per motivi di studio dicono che l’Italia è in realtà una nazione divisa tra il Nord e il Sud. Gli elementi di differenziazione sono quelli tipici dei luoghi comuni: ritmi frenetici, freddezza nei rapporti umani e ricchezza al Nord, tranquillità e maggiore disponibilità al dialogo nelle regioni meridionali...continua

TUTTI IN CORSA PER NAPOLI

Nove candidati in lizza per lo scranno più alto di palazzo San Giacomo. In provincia, intanto, si sfidano vecchi e i giovani politici


di Antonio Puzzi

Il tanto auspicato bipolarismo, per Napoli, è solo un sogno. Tutto ha avuto inizio col “pasticciaccio” delle primarie e adesso sono ben nove i candidati, quattro a sinistra, tre a destra e due al centro che, salvo ripensamenti, si contenderanno, a maggio, la poltrona di primo cittadino del capoluogo campano.
«Con il suo fare, il Pd ha assunto i classici comportamenti di chi ritiene una partita già persa – ha sostenuto Fausto Corace, segretario regionale del Psi, ritenuto da più parti uno dei massimi esperti di politica napoletana – ma anche il centrodestra non può vantare con Gianni Lettieri una scelta vincente.
L’ex presidente dell’Unione Industriali ha già spaccato il suo mondo, ma l’investitura è arrivata direttamente da Gianni Letta e così a nulla sono valse le critiche sprezzanti della sua stessa parte politica». Vana è stata la lettera firmata da trentanove iscritti al partito per chiedere a Silvio Berlusconi un ripensamento. A tentare di cavalcare l’onda di tale dissenso giunge però Clemente Mastella che, nel ribadire la sua candidatura per i Popolari, ha definito “guasconi” gli atteggiamenti del Pdl: «Non credo – ha asserito – ci siano le condizioni numeriche e politiche affinché Lettieri possa vincere al primo turno». Per attirare l’attenzione su di sé, l’ex sindaco di Ceppaloni ha proposto a Fabio Cannavaro e Ciro Ferrara di fare parte della sua improbabile giunta. Non è il solo, però, in quanto anche Lettieri, che promette che i suoi consiglieri doneranno ai poveri il compenso previsto, corteggia Cannavaro come assessore.
Il Pd ha invece deciso di puntare sull’ex prefetto Mario Morcone, il quale, ha spiegato Corace, «sarebbe stato indicato da Carlo Borgomeo (presidente Fondazione Sud, ndr), al quale Pierluigi Bersani aveva chiesto invano di candidarsi». Di certo, il centrosinistra punta sulla quantità. Oltre a Morcone, appoggiato anche da Sinistra e libertà in seguito a un referendum, ci saranno infatti Luigi De Magistris, sostenuto da Idv, Federazione della Sinistra e, secondo alcuni, dal “popolo reale” dei vendoliani, Roberto Fico per il Movimento 5 Stelle e Raffaele Di Monda, che con il Pin (Progetto innovazione per Napoli) promette: «Affiderò a un netturbino la gestione del problema rifiuti».
Il neonato terzo polo punta, invece, sul rettore dell’Università degli Studi di Salerno, Raimondo Pasquino, appoggiato anche dai socialisti. «Andrea Cozzolino ora si è schierato a favore di Morcone – ha dichiarato Corace – mentre Umberto Ranieri va verso Pasquino, sebbene la sua sarà una scelta difficile: fare una cosa diversa dal partito o continuare a lavorare con esso?». Arrivano, poi, nelle ultime ore, la candidatura dell’avvocato Carlo Taormina con i liberali di Lega Italia e la promessa di un nuovo nome avanzata da Mpa...continua

FIAT, L’INDOTTO ASPETTA E SPERA

Johnson Controls, Ergom, Proma,Tower e tante altre fabbriche che ruotano attorno allo stabilimento di Pomigliano vivono la transizione difficile del settore auto


di Alessandro Dorelli


Si scrive Fabbrica Italia Pomigliano, si legge progetto Nuova Panda. Nuovo stabilimento, o meglio stabilimento messo a nuovo, e nuova produzione che mette alla porta quella tradizionale dell’Alfa Romeo, che qui a Pomigliano d’Arco ha segnato la storia, non solo industriale, di un’intera cittadina.
Dopo mesi di aspri dibattiti, che hanno visto sgretolarsi il fronte sindacale e modificare gli stessi rapporti tra industriali, partono le prime assunzioni nell’ex stabilimento Giambattista Vico. Di pari passo, però, si materializzano all’orizzonte i primi dubbi su quale sarà la ricaduta sull’indotto Fiat, ossia su quel consistente numero di piccole e medie aziende che hanno proliferato in tutta la Campania, trainate dalle produzioni targate Alfa. Aziende che impiegano migliaia di lavoratori, quasi tutti interessati dalle varie forme di ammortizzatori sociali negli ultimi quattro anni. Lo start al progetto dell’amministratore delegato Sergio Marchionne è stato dato lo scorso 7 marzo, con il passaggio di 4 capi delle Ute, 3 tecnici e un gestore operativo da Fiat Group Automobiles alla newco Fabbrica Italia Pomigliano. Neoassunti che andranno ad affiancare Sebastiano Garofalo, passato da direttore di stabilimento ad amministratore delegato della nuova società, noto per la produzione e distribuzione di un discusso dvd, che invitava gli operai dello stabilimento partenopeo ad accettare i termini dell’accordo proposto da Fiat.
Nelle loro mani la fase iniziale del progetto: il completamento dei lavori all’impianto di lastratura e alla catena di montaggio. Contemporaneamente sul fronte indotto l’effetto domino si avverte immediatamente. Fra le prime a muoversi, due colossi dell’apparato produttivo che ruota intorno il sito napoletano: Johnson Controls e Ergom. Entrambe specializzate nella componentistica auto e nella lavorazione delle materie plastiche. Johnson Controls, 169 operai in cassa integrazione da circa otto anni nello stabilimento di Rocca d’Evandro e circa 180 in quello di Cicerale (Salerno), ha annunciato da subito un investimento di circa 2 milioni di euro da completare entro giugno e una leggera modifica alla dislocazione produttiva fra i due stabilimenti. Investimenti che dovrebbero permettere il riassorbimento dei lavoratori della multinazionale a stelle e strisce entro il 2012, anno in cui la newco produrrà 240mila Nuova Panda.
Altro discorso per i dipendenti della Ergom. Circa 1000 lavoratori nelle tre sedi presenti fra Caserta e Napoli, secondo un accordo stilato con la stessa Fiat prima della crisi avrebbero dovuto essere assunti dallo stabilimento di Pomigliano. Ora almeno per 500 di loro potrebbe non esserci più posto e lo stabilimento di Marcianise dovrebbe essere accorpato a Napoli. Nella stessa situazione di incertezza versa gran parte dell’indotto Fiat.
Ai due esempi, che rappresentano solo gli estremi delle reazioni che il processo Fabbrica Italia Pomigliano potrà innescare, si affiancano molte realtà industriali che ancora navigano a vista. Due i fattori fondamentali del nuovo piano industriale torinese che creano scompiglio nell’indotto: la risposta del mercato ai volumi di produzione fissati da Marchionne e il passaggio da una produzione di alto livello ad una di livello medio/basso. Fornire interni, rifiniture o componentistica per Alfa 159, Giulietta o Mito non è lo stesso che fornire i medesimi prodotti per la Nuova Panda, ma nonostante questo i giudizi sui livelli produttivi e lavorativi non sono univoci....continua